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...vedere il carrozzone andare ...
... e la spinta sarà fornita sopratutto delle tue recensioni, dalle tue idee...

... che le informazioni, i link vari,
i consigli e gli sconsigli di lettura...
... il confronto, i commenti   contrastanti...costituiscano per me
  l'essenza vitale.


  L'unico   requisito   che ti chiedo
    è quello di essere un lettore
I Diritti Imperscrittibili Del Lettore

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2 - Il diritto di saltare le pagine
3 - Il diritto di non finire un libro
4 - Il diritto di rileggere
5 - Il diritto di leggere qualsiasi
      cosa
6 - Il diritto di desiderare di
      evadere dalla routine
      quotidiana
7 - Il diritto di leggere ovunque
8 - Il diritto di spizzicare
9 - Il diritto di leggere a voce alta
10-Il diritto di tacere

(tratti dal saggio di Daniel Pennac Come un romanzo)

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post del 3 ottobre 2006



6/2 - Sei a metà - Sei autori a metà del guado
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post del 18 febbraio

Ogni giorno uno scrittore racconta il suo ultimo libro

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sabato, 10 marzo 2007

categoria: segnalazioni, scrittura, sullascrittura, biografie
 
Flannery O'Connor: concepire l'infinito
L'intervento del critico Antonio Spadaro S.J. al convegno dedicato a Flannery O'Connor nell'ambito della rassegna "Concepire l'infinito" promossa dalle biblioteche di Roma.
di Antonio Spadaro


Che cosa c’è di comune tra Bruce Springsteen e Nick Cave, registi quali John Huston e Quentin Tarantino, scrittori quali Raymond Carver e Elizabeth Bishop? Nulla, forse. Tranne Flannery O’Connor (1925-1964), letta, amata, rappresentata o imitata da tutti loro.
La O’Connor considerava sua country quel «caro vecchio lurido Sud» compreso tra la zona pedemontana della Georgia e l’est del Tennessee, è figlia di quella terra che ha generato i Southerners, cioè penne quali Carson McCullers, Truman Capote, Tennesse Williams, William Faulkner. Morta a 39 anni, ci ha lasciato due romanzi (Wise Blood, del 1952 e The Violent Bear It Away del 1960) e una manciata di racconti pubblicati in due tappe nel 1955 e nel 1965. Tuttavia le sue poche pagine l’hanno fatta apprezzare come un’icona, un modello. All’opera narrativa vanno aggiunte le lettere e le prose occasionali di Mistery and Manners. Attilio Bertolucci si disse «folgorato» dalle sue pagine. L’immagine della folgorazione è efficace e pertinente: ci sembra di poter riconoscere in essa il segno di una modalità di «concepire l’infinito». Questo concepimento avviene ad almeno tre livelli. Lo comprendiamo leggendo alcun passaggi di Mistery and Manners.
Il primo livello. La O’Connor scrive perché vede il mondo. Seppure l’espressione possa apparire banale, le cose stanno proprio così. La scrittrice ha una visione del reale, dunque niente labirinti coscienziali o incartamenti romantici. I materiali di cui è fatto un racconto sono i più «polverosi»: «La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa». Da qui un prezioso avvertimento: non è possibile suscitare l’emozione con testi infarciti di emozione né suggerire pensieri facendo fuoriuscire incontenibile il pensiero da ogni angolo del racconto. A queste cose «bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore»: scrivere narrativa non è questione di dire cose, ma di farle vedere al lettore, di mostrarle. Se un personaggio ha un carattere legnoso deve avere una gamba di legno. Se la personalità cambia, allora deve arrivare un ladro a rubarle quella gamba. La concretezza dunque è una delle basi forti della poetica della O’Connor. Personaggi e avvenimenti hanno un aspetto che colpisce la percezione, sono incarnati e materiali: «la caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare». E questo «va appreso come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose». E quest’abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell’artista nella forma di una «gestazione»: lo sguardo imbambolato rivolto alla materia della vita è un modo di «concepire» l’infinita trama del finito, del concreto.
Il secondo livello. La O’Connor punta al mistero. La sua visione concretissima del reale non è mai da école du regard, algida e minimalista. Il realismo che la O’Connor intende prendere in considerazione è orientato in direzione del mistero, che si manifesta, ad esempio, nella forma dell’imprevisto o, addirittura, del grottesco: «se lo scrittore crede che la nostra vita sia e rimarrà essenzialmente misteriosa, se ci considera come esseri all’interno di un ordine creato le cui leggi osserviamo liberamente, allora quello che vedrà in superficie lo interesserà solo in quanto passaggio per arrivare a un’esperienza del mistero stesso». E allora può accadere veramente di tutto. Anche la violenza gratuita, il bizzarro e il grottesco, misto di comicità e orrore, sono funzionali a una forzatura dello sguardo. È come se la scrittrice desse uno schiaffo al lettore, scompigliando la sua intenzionalità visiva nel momento in cui sposta il volto, angolandolo di sbieco. Ciò che salta subito per aria è quel «buon senso» vagamente razionale e illuministico che tanto ammorba la vera ispirazione. Solo da questo scuotimento interiore, molto vicino alle doglie di un parto, può derivare quella pace profonda e quella serenità interiore che hanno spinto la scrittrice al buonumore sempre, anche quando fu colpita insieme da un tumore e da quel lupus erythematosus che la avrebbe condotta, ancor giovane, alla morte. L’infinita trama del finito «polveroso» è il telaio del un mistero profondo che la scrittura è in grado di «dare alla luce».
Il terzo livello. L’argomento della narrativa della O’Connor è «l’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo». Concepire l’infinito è per lei accogliere e custodire la grazia in un grembo che è «territorio del diavolo». Infatti la dimensione di «mistero» si concentra essenzialmente nel mistero della libertà dell’uomo e della personalità. Esso è il territorio del dramma del bene e del male, della salvezza e della perdizione, della grazia e del diavolo: «Nei miei racconti — scrive paradossalmente la O’Connor — il lettore troverà che il diavolo getta le basi necessarie affinché la grazia sia efficace». E questo a tal punto che di Hazel Motes, il protagonista del romanzo Wise Blood, la O’Connor scrive: «C’era già in lui il profondo nero inespresso convincimento che il mezzo per evitare Gesù consistesse nell’evitare il peccato». Per avere il senso del mistero occorre avere il senso del male. Sembra dunque che il senso del male sia anzi garanzia del nostro senso del mistero e del rapporto con la grazia. Dunque il diavolo diventa, in qualche modo, «una necessità drammatica». La prospettiva drammatica della scrittrice non restringe affatto il campo visivo dello scrittore sul reale, anzi lo amplia perché a questo punto, come scrive la O’Connor, «gli scrittori che vedono alla luce della loro fede cristiana saranno, di questi tempi, i più fini osservatori del grottesco, del perverso e dell’inaccettabile». Nell’ambito della visione anagogica esiste un significato della violenza che lo lega direttamente al mistero della grazia. Infatti l’avvenimento della grazia non è estraneo alla natura, ma è pur sempre un irrompere nella vita dell’uomo di una realtà differente rispetto ai suoi criteri. I personaggi della O’Connor sembrano a ogni istante sul punto di compiere qualunque azione: sono tutti allineati all’assoluto principio di tutte le loro possibilità. Per la O’Connor quindi la scrittura è il terreno nel quale viene concepito il dramma della libertà e delle sue infinite possibilità che si confronta col mistero della grazia che è in-finito in quanto sempre in-atteso e im-prevedibile.

Ecco quindi le tre modalità nelle quali la O’Connor «concepisce l’infinito»: infinito come infinita trama del finito, come mistero espansivo del mondo, come dramma della libertà e delle sue possibilità infinte che si confrontano con la grazia, la quale rimane sempre imprevedibile. Le modalità di questo concepimento non sono serene, da parto in piscina. Sono assolutamente drammatiche, grottesche, inquietanti. Le opere della O’Connor sono come lei da bambina: scazzottano con l’angelo.
scritto da linodigianni | 05:53 | commenti Torna sopra




sabato, 22 luglio 2006

categoria: sullalettura, sullascrittura
 

Leggi e fatti leggere


Accadde un giorno che un lettore [che non sei tu] lesse un racconto [che non era questo].
Mentre i suoi occhi scorrevano lungo le combinazioni delle lettere e si appagavano di quella narrazione, il protagonista di quella storia [che non ho scritto io] se ne stava lì imprigionato tra quelle righe e, come un acaro invisibile, viveva la sua vita negli interstizi degli spazi bianchi tra le lettere, nell'interlinea dell'impaginazione.
Di tanto in tanto, soprattutto durante le descrizioni e le digressioni, si spingeva annoiato sino al margine del foglio, oltre il nerume delle lettere scritte che, viste da lontano, coloravano la pagina di grigio, in modo geometrico.
Il lettore del racconto non poteva scorgere il protagonista, concentrato com'era sul nero delle parole. Eppure, mano a mano che la storia si dispiegava nella sua testa, il protagonista eseguiva quel che veniva letto come fosse un attore, o più probabilmente un burattino, assecondando [suo malgrado] la trama e rendendola in questo modo viva. 
Quando il lettore si approssimò a terminare la storia, intravide una specie di riflesso tra le righe e, per un istante, gli parve di riconoscere il protagonista come in una miniatura. Preso da questo pensiero, invece che richiudere il libro, si guardò attorno e si accorse per la prima volta, che la scrivania a "esse", i muri divisori a "elle", la libreria a "ti" del suo ufficio e tutti gli elementi architettonici che delimitavano i suoi spazi non erano altro che i caratteri di un libro che raccontavano la storia della sua vita, se fossero stati osservati dall'alto. Davanti a questa intuizione quel lettore scrutò nel cielo, oltre il lucernario, più lontano che poteva. Si convinse  in questo modo che anch'egli viveva tra le righe di una storia [che è questa] e che qualcuno più grande di lui [che sei tu] lo stava a sua volta leggendo.
Per esserne sicuro afferrò il telescopio e lo puntò verso le stelle [cioè verso di te]. Con grande sorpresa vide in questo modo in faccia il suo lettore [cioè tu]. Si trattava di un magnifico esemplare di lettore [complimenti davvero!]. Allargò al massimo lo zoom di quel telescopio per mettere a fuoco tutto intero colui che lo leggeva e fu allora che si accorse che il grande lettore [che sei sempre tu] era sovrastato da qualcosa di ancor più immenso. Come fosse seduto su un vetrino sotto la lente di un gigantesco microscopio anche il grande lettore nello stesso istante veniva letto da qualcun altro.

Io [che sono l'autore di questa storia ma non delle altre] non lo so come sia possibile uscire da questo paradosso in cui mi sono infilato. Di sicuro, però, quando tutti questi lettori-protagonisti [ognuno imprigionato nella propria prospettiva] chiuderanno il proprio libro, in quel preciso momento anche questa storia terminerà. 

[zop]

scritto da redazioneparnaso | 08:57 | commenti Torna sopra




domenica, 28 agosto 2005

categoria: libri che ho letto, sullascrittura
 

 

Gente senza storia
– titolo orginale Ordinary people
di Judith Guest

  

Judith Guest, l’autrice del libro, era, a quel tempo, nel 1976, una quarantenne, sposata, madre di tre figli… e lei stessa si definisce, in quel tempo, una donna senza storia. 
 

Un giorno, anzi probabilmente in tanti giorni, decide di scrivere un libro, che intitolerà appunto Ordinary people,  che parla di una famiglia media: i genitori, un figlio studente…


Essi abitano nell’Illinois, ma potrebbero abitare ovunque. Ovunque esistano famiglie normali che si trovano all’improvviso ad affrontare circostanze straordinarie. I loro discorsi, i loro problemi sono quelli di ogni giorno, le consuete battute di una commedia quotidiana.....

(continua a leggere)

 La cosa sorprendente, secondo me, di questo libro è che l’autrice dopo averlo scritto, e poi dattiloscritto, lo ha inviato, almeno credo che sia andata così, a varie società editrici americane fino a che l’ultima, la Viking Press, lo ha pubblicato.
Infatti un bel giorno proprio  alla Viking Press è arrivato questo dattiloscritto, senza nessuna autorevole presentazione, senza nessun appoggio, un  semplice e puro dattiloscritto anonimo che non soltanto è stato il primo a venir accettato e pubblicato in più di venti anni dalla codesta casa editrice , ma che avrà poi anche un enorme successo di critica e di pubblico e che verrà in seguito   tradotto in 16 paesi. (quali siano stati, oltre l’italia, non lo so… cmq sia … è stato un bel risultato)

scritto da .....ella | 12:34 | commenti Torna sopra




domenica, 15 maggio 2005

categoria: sullalettura, libri che ho letto, sullascrittura
 

"Tu scrivi, e a volte pubblichi, da tanti anni: ti sembra, ripensandoci, che scrivere abbia ancora una funzione?
"Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla.
E' tornare a casa.
Lo stesso che leggere.
Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sè, rientra  a casa; sta bene.
Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando,- per ragioni pratiche,-
è sempre fuori casa, anche se ne ha molte.
E' un povero, e rende la vita più povera."

Anna Maria Ortese L'Iguana.Bur (autoritratto del 1978 nella prefazione di Dario Bellezza)

scritto da alp | 06:55 | commenti (5) Torna sopra




venerdì, 13 maggio 2005

categoria: sullalettura, sullascrittura
 
Giorgio Manganelli (1922-1990)Il rumore sottile della prosa
 
‘Tu che leggi tanto, che libro mi consiglieresti di leggere?’
E’ un’agghiacciante domanda che mi viene rivolta con una certa frequenza da amici e conoscenti.
La strategia che adotto in questi casi è sempre la stessa: sospendere la risposta... fare qualche preambolo, girarci intorno. In realtà se non lo conosco abbastanza, cerco di farmi un’idea dei gusti del mio interlocutore. Ben sapendo che entrambi stiamo perdendo del tempo. Non che abbia poca fiducia di lui come lettore – in certi casi sì, voglio essere sincero -; dubito, piuttosto, di riuscire a fornire un consiglio adeguato. E’ già un miracolo che qualcuno dei miei amici sia ritornato dopo qualche mese a dirmi sai avevi ragione: quel libro valeva proprio la pena leggerlo.
 
L’ho già detto in qualche occasione, ma mi ripeto volentieri: ho sempre pensato a un libro come a un incontro. Ci sono persone che ci intrigano fin da subito per il loro aspetto, per il loro modo di gesticolare, per il timbro di voce, perché vestono stravagante; a volte ci colpiscono per quello che dicono o per come ci guardano. Stessa cosa per i libri. E chi sono io o chicchessia per pontificare sulle segrete alchimie che intercorrono tra un libro e il suo lettore?
 
Tra le altre cose mi accorgo ora che in questo blog ho parlato di più di un libro, spesso caldeggiandone la lettura a chi – bontà sua – era disposto a darmi credito. A ben pensarci, viste le premesse, farei meglio a cancellare tutti i miei post e buona notte. Per fortuna sono in grado di rivendicare quel poco di coscienza che ho raggranellato nei miei trascorsi di lettore e il poter ricorrere al pensiero illuminante dei miei guru personali.
 
A proposito di guru stavo giusto pensando a chi non eleggerei mai come tale se fossi un buon recensore. Non farò nomi, solo cognomi: un certo D’Orrico. Questo signore non scrive sul giornale del liceo ma su periodici di una certa tiratura come Magazine del Corriere della Sera. Questo signore di tanto in tanto grida al capolavoro del nuovo genio della letteratura italiana. Ha fatto vendere in poche settimane ventimila copie di un esordiente, Avoledo. Con grande curiosità ho speso anch’io i miei 17 Euro (mica bruscolini!) per un libro più che mediocre, un minestrone di generi che sembra scritto con Google. D’Orrico ha fatto leggere Faletti alle moltitudini e ora ha scoperto il nuovo Proust, il grande talento: Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni (Mondadori). Un polpettone lagnoso, una scrittura estenuata ed estenuante, priva di distacco e humor, e il nostro gli ha tessuto l’elogio dando il benvenuto a un grande scrittore italiano contemporaneo. Uno che si fa fotografare nella sua casa bellina bellina, con le didascalie che sottolineano il suo stile elegante: cappello borsalino, giacca in tweed, sciarpa di cachemire.
 
Polemico? Perché no, dopo tutto il bene che ho detto di molti libri che magari a voi sono piaciuti poco o non sono piaciuti per nulla. Già, come fare una buona recensione? Io mi faccio aiutare da uno dei miei guru, Giorgio Manganelli, scrittore, saggista, giornalista, demistificatore e visionario. Se volete saperne di più cliccate qui. Ne Il rumore sottile della prosa (Adelphi, 1994), Manganelli argomenta partendo da un’affermazione di Grazia Cherchi, la quale afferma che il buon recensore dovrebbe riassumere la trama del libro e dare un esempio del testo grazie a una opportuna citazione.
Secondo Manganelli il principio secondo cui si dovrebbe dare un’idea della trama è solo in apparenza un imperativo morale. L’autore stesso invita i lettori ad ammetterlo: chi ricorda al volo tutte le parentele dei Fratelli Karamazov o gli intrighi di Guerra e Pace?
 
Per Manganelli la questione si risolve essenzialmente con una scelta letteraria:
“Esistono molti, non moltissimi, libri che sono ottimi ed hanno una trama raccontabile; ma se sono veramente ottimi, credo che siano tali che, spellati della trama, offrano una immagine segreta, uno strato sotterraneo in cui veramente consiste la grandezza di un libro”
Per Manganelli scegliere libri dotati di trama non dice nulla sul libro in sé; egli si orienta piuttosto, secondo il suo gusto personale, su libri dalla trama esile ma dal tema forte.
“Posso dimenticare i nomi dei protagonisti, ma mi resterà in mente il rumore sottile della prosa.”
 
Non posso che essere d’accordo col mio guru, altrimenti non sarebbe il ‘mio guru’. Lascio D’Orrico a chi non riesce a trattenersi dal correre in libreria ad acquistare Piperno. Anch’io ho commesso l’errore di leggere Avoledo, ma ho letto anche un sacco di altri libri e non certo perché me l’ha detto D’Orrico. Piuttosto - se volete starmi a sentire ancora per qualche riga – io mi concentrerei sull’individuare quel rumore sottile della prosa. E’ come una nota di sottofondo, l’eco di quelle emozioni che le parole ci hanno suscitato, lo stato d’animo, l’orma indelebile dei sentimenti, aggrovigliati alla conoscenza, all’esperienza del libro col quale ci siamo arricchiti (anche divertendoci, perché no?) e che conserveremo nel tempo. Sono i libri che talora affaticano, come sostiene Manganelli, ma sbocciano superbamente ad una rilettura. Sceglieteli da voi, questi libri, senza prestare troppa fede a quanto si dice in giro. Andate di buon grado in libreria e guardatevi intorno, disponibili e ricettivi nei confronti di chi potrebbe rivelarsi un buon amico. Dal canto mio, molto umilmente, cercherò di consigliare e di scrivere solo di questo genere di libri, dal fruscio sporco e polveroso di un vecchio vinile.
 
scritto da cigale | 14:31 | commenti (4) Torna sopra




domenica, 06 febbraio 2005

categoria: sullascrittura
 

Intelligente ed arguto il post sulla scrittura di Cara Caterina . Eccolo per il Parnaso Ambulante, ringraziando l'autrice per avermi dato il permesso di postarlo anche qui per i nostri lettori :)


PENSIERI PAROLE OPERE ED OMISSIONI
Confessione marginale, sulla soglia di un retrobottega.

L’invidia che provo per certe scritture di qualità non sta nel fatto di confrontare la loro qualità con quella della scrittura mia. L’invidia è tutta per la velocità del gesto.

Non so a voi ma a me i pensieri che considero più belli - absit iniuria - vengono tutti in testa mentre sto stirando, rassettando la casa o tagliando l’erba in giardino. Quando ho le mani occupate e il cervello sgombrato. Arrivano come un vento rinfrescante e li accolgo contenta come se finalmente mi si liberasse il respiro. Allora devo resistere alla tentazione di mollare tutto e di correre a scrivere. In genere resisto, perché c’ho il super-io fatto a forma di casalinga.
D’altronde nessuno è perfetto.
Soddisfatta delle camicie stirate e riposta la falce elettrica nello sgabuzzino, do inizio al rodimento perché in genere scopro che non posso più scrivere niente. O non ho più tempo perché è arrivata l’ora di altre incombenze o non ho più pensieri. Nel secondo caso poco male, si vede che erano pensieri invalidi, di scarsa salute, destinati darwinianamente all’estinzione. Vae victis et parce sepultis.
Ma per quelli che si riaffacciano ostinati, magari solo perché sono ossessivi e risentiti e rivendicano liberazione, non tanto dalla ma per la mia testa?
Per questi ho pensato spesso che dovrei viaggiare per casa con un registratorino in tasca. Così se mi scappa un pensiero, mi dico, clìcchete, che lo faccio, letteralmente, abboccare e lo infilo nella nassa arrotolata del nastro. Così dopo (quando?), mi dico, lo cucino come un pesce, se non puzza.
Mai dato seguito a questo proposito e c’è un motivo.
Non riesco a parlare i pensieri. Dovrei proprio scriverli.

Non so a voi, dicevo, ma a me i pensieri in testa arrivano in forma di frasi. Pensarli è leggerli su di una pagina interiore però come se apparissero scritti in inchiostro simpatico. Se li dico sbiadiscono. Questione di tempo, la parola detta essendo più lenta della forma del pensiero. Ma non solo. Per me è fondamentale vederli, i pensieri, tenerli d’occhio perché, di solito, non arrivano scritti bene, tutti in fila ordinata, ma un poco a gruppi, di corsa, ruzzanti, scontrosi ed entusiasti come ragazzi che escono da scuola. E mentre li dico si scompaginano ancora, vengono giù grappoli di parolette bislacche, appaiono scompaiono e in un attimo la strada è vuota. La pagina interna è bianca, cancellata.
Scriverli mi serve per ritrovarli, riconoscerli, guardarli bene in faccia, chiamarli per nome e accarezzarli o rimproverarli. Il tempo lento e materiale della scrittura è la mia maniera di accudirli, ‘sti ragazzi. Il tempo materiale, appunto. Quello che certi scrittori non solo impiegano ma, soprattutto, fanno durare solo poco poco di più di quello che ci vuole agli scolari per sguinzagliarsi per la strada. 

La scrittura veloce, ecco, la invidio. Il gesto atletico del corpo che scrive correndo insieme ai pensieri, allenato, flessibile, robusto. Esercitato e maestro. Che pone e dispone e non omette.
 
 

scritto da 319 | 23:39 | commenti (4) Torna sopra




sabato, 30 ottobre 2004

categoria: bloggerscrittori, sullascrittura
 

  Ne parlo un po’ in ritardo ma non abbastanza perché non possiate darci una letta. Lo scorso sabato 23 e domenica 24 ottobre si è tenuta a Torino Web Days, I giorni del web. Organizzata dal comune di Torino e dal Centro Scienza la manifestazione – ospitata nel Padiglione Atrium Città di piazza Solferino – aveva come temi trainanti il mondo dei weblog e le esperienze delle social network. Se volete curiosare sui contenuti e il programma cliccate pure qui.

Tra i partecipanti Derrick de Kerckhove di Toronto, allievo di Mc Luhan, che ha illustrato alcuni possibili scenari futuri della comunicazione nel suo rapporto con le moderne tecnologie. Presenti anche giornalisti come Riccardo Staglianò e Loredana Lipperini di Repubblica, Giuseppe Guarnieri, Mafe de Baggio, e blogger/scrittori come Antonio Zoppetti, Princess ProserpinaVioletta Bellocchio e William Nessuno.

  Quest’ultimo ha condotto un esperimento di scrittura creativa coinvolgendo altri blogger a scrivere su una traccia piuttosto libera. Si tratta di una storia di fantascienza che prende le mosse da un viaggio nel tempo. William ha lasciato i blogger liberi di sbrigliare la fantasia e spostarsi di luogo e tempo. Questa l’introduzione: Lorenzo MacEwan non si era ancora abituato a questa cosa dei viaggi nel tempo. Adesso dal 2015 - anno corrispondente all' '"oggi" nella sua timeline - si ritrovava nel 2004. Come se non bastasse, non all'università di Edimburgo ma a Palazzo Nuovo, a Torino.
Era entrato superando una specie di "installazione" di rottami in legno, che alcuni artisti avevano allestito. Ma nel 2004 si facevano ancora cose del genere? Lui aveva sempre creduto fosse roba degli anni settanta...

(…) MacEwan si piazzò dietro alla scrivania. Sistemò la Colt Laserbeam in un cassetto. Precauzione. Non si sa mai chi si può incontrare nel corso di un'indagine del genere. Almeno, lui così pensava dall'alto (o dal basso) delle sue esperienze del 2015... La ricerca sulla protorete, e in particolare sul fenomeno blog/bloggers, ora si sarebbe svolta attraverso una serie di interviste, che – forse - avrebbero aiutato a capire alcuni comportamenti fin dal loro primo manifestarsi...

  Seguono alcune brevi regole di lavoro e via a lasciare spazio agli interventi. Agli episodi hanno partecipato blogger come gareth, drkkangel, kiarablog e alcune vecchie conoscenze come momi, ella e il vostro affezionato. Se volete leggere qualche episodio: www.macewan.splinder.com.






scritto da cigale | 22:23 | commenti (2) Torna sopra




domenica, 17 ottobre 2004

categoria: sullascrittura
 

Zone d’ombra

 

 

  L’apparenza inganna davvero? O siamo noi che non abbiamo analizzato abbastanza gli indizi che avevamo sotto gli occhi per intuire cosa si cela dietro la maschera?

 

  Con alcuni amici e appassionati gestisco questo laboratorio di scrittura creativa nella mia città. Attualmente stiamo lavorando ad un intreccio e sviluppando la costruzione di alcuni personaggi. Per farla breve mi ha colpito come i diversi partecipanti al laboratorio hanno declinato secondo la loro esperienza e sensibilità uno dei personaggi. La discussione animata che si è tenuta lunedì scorso ha suscitato in me una serie di considerazioni che vorrei girarvi, anche perché forse non riguardano solo questioni di narratologia ma anche il modo in cui ci relazioniamo con gli altri.

 

  Presumo che vi sarà capitato di appassionarvi a qualche personaggio incontrato in un libro, delineato così bene dal suo autore che avreste potuto incontrarlo in carne ossa. Lo spessore di queste caratterizzazioni è tale che i personaggi sembrano staccarsi dalla pagina e prendere vita; alcuni di loro presentano aspetti che ci toccano da vicino (modi di sentire e pensare, esperienze consimili), tanto che in certi casi ci identifichiamo con loro, vi proiettiamo situazioni e stati d’animo che ci sono congeniali.

 

  Cosa succede, invece, quando nel romanzo (o nella vita reale) questi personaggi/persone compiono azioni o rivelano comportamenti che non ci saremmo attesi, eventi che stridono e/o contraddicono l’immagine e l’opinione che ci eravamo fatti frequentandoli? In questi casi, allo sconcerto iniziale subentra un sentimento di delusione. Ci sentiamo traditi; ci costa fatica pensare che si tratti dello stesso personaggio/persona. Qualcosa non ci torna: Eppure credevo di conoscerlo, diciamo, scoprendoci inclini a rifiutare la piega presa dagli avvenimenti.

 

  Questi fenomeni sono più frequenti nel caso di personaggi/persone complesse, dalle personalità in qualche modo “sfaccettate”. E quando accadono eventi del genere dobbiamo farci qualche domanda:

a) Siamo noi che abbiamo valutato superficialmente il nostro personaggio/persona fraintendendo alcuni aspetti del suo modo di essere?

b) E’ l’autore - nel caso del libro - che non è riuscito a costruire un personaggio credibile e quindi a fallire l’obiettivo di una comunicazione efficace?

c) E’ la persona - nella vita reale – che ha abilmente dissimulato la propria personalità velandola dietro pose e atteggiamenti artificiosi?

 

  Nel caso a potremmo scoprirci inesperti, oppure abbagliati da certi aspetti del nostro personaggio/persona che ci hanno distolto da altre sue caratteristiche più sfumate. Nel caso b se io fossi l’autore di un personaggio controverso e variamente giudicato mi farei della sana autocritica. Voglio dire: era proprio quello il messaggio che volevo far passare? Nel caso c sarebbe interessante per chi scrive creare un personaggio che cerchi di sembrare ciò che non è e nel momento in cui l’ha data a bere agli altri personaggi e al lettore di turno, rivelare la propria natura ambigua con un ribaltamento di prospettiva o colpo di scena.

 

  Per non turbarvi ulteriormente il sonno vi faccio un breve riassunto dell’oggetto del contendere, così facciamo un esempio calzante. Ecco qua un sunto dell’intreccio:

 

  Guido Bissoli è un brillante imprenditore veneto di mezz’età. Abita a Lazise, suggestiva località sul Lago di Garda, in una splendida villa. Lucido e calcolatore, brillante, intenditore d’Arte ed Antichità, con un cospicuo volume d’affari e attività non sempre cristalline. Una persona in vista. Nel corso di un ricevimento al quale è presente tutta la bella società dei dintorni sua moglie Giuliana, molto attiva e conosciuta nel nord-est per numerose iniziative benefiche, muore in circostanze poco chiare. La perizia medico-legale propende per il suicidio, cagionato da una dose letale d’insulina che la donna si è autoiniettata (era diabetica), ma Bissoli compra il medico che ha eseguito l’autopsia per diffondere una versione ufficiale di ictus cerebrale e quindi di morte spontanea, questo per non divulgare lo scandalo. Nel contempo affida ad un investigatore il compito di indagare sul passato recente della moglie. Il rapporto tra i due si era deteriorato negli anni e conducevano vite separate, mantenendo una unione di facciata per interessi patrimoniali. Bissoli non solo scopre che la moglie ha stornato alcuni beni che lui le aveva intestato in attività sconosciute, ma anche che prima di morire si era intrattenuta con uno sconosciuto (poi dileguatosi) che potrebbe avere un ruolo importante nel fare luce sulla vicenda. L’investigatore dapprima si mette sulle tracce dell’uomo ma poi inizia ad indagare a 360° anche sulle attività nell’ombra del suo stesso datore di lavoro, che gli ha rivelato solo ciò che gli è d’interesse nella vicenda. Invitato a non uscire dal seminato, il nostro occhio privato non molla l’osso e comincia a far vacillare il castello di menzogne costruito dall’imprenditore. Bissoli perde le staffe; si sente in pericolo e manda un suo tirapiedi albanese con un paio di amici a dargli una sonora lezione.

 

  Ecco, il pestaggio di questo investigatore, ben raccontato dall’amico Giovanni Magalotti  dal punto di vista becero e violento dell’albanese picchiatore, ha suscitato un vespaio di polemiche. Per come lo avevano visto finora, Bissoli non è persona da dare ordini del genere e indulgere alla violenza. Troppo raffinato ed elegante. Per altri contrastava il fatto che l’equilibrato imprenditore perdesse la pazienza e facesse menare un uomo ch’è sul suo libro paga. La resistenza di molti dei partecipanti era palpabile; questo non è il Bissoli che conoscevano.

 

  Personalmente sono dell’idea che non ci sia incoerenza nel personaggio. Un uomo di potere che si è già dimostrato capace di ricorrere a mezzi illeciti in passato non dovrebbe aver remore a servirsi della violenza per tutelare i propri interessi. L’investigatore gli ha rotto le uova nel paniere; è andato a insidiare il medico legale, mettendogli paura; poi ha perquisito la camera e lo studio della defunta senza autorizzazione, ha ficcanasato nella proprietà di Bissoli mentre questi era intento a mandare avanti affari loschi con l’estero. E’ facile perdere le staffe, anche per la persona più controllata, quando il proprio status è in serio pericolo e si viene pungolati in punti vulnerabili. Se penso che io, persona notoriamente mite, sono andato su tutte le furie dando dell’incompetente e del coglione a un agente immobiliare che rischiava di danneggiarmi economicamente per negligenza! Non dimentichiamoci che ogni personaggio/persona presenta delle zone d’ombra anche in riferimento al suo percorso, a ciò che gli accade, agli ostacoli che si frappongono alla sua volontà di perseguire un obiettivo.

Dobbiamo perciò metterci nella disposizione di saper individuare gli indizi, come un detective che si rispetti. Drizzare le antenne, cogliere segni e segnali. Una questione semiotica, insomma: per non rischiare di prendere grosse cantonate. Nei libri come nella vita.

 

scritto da cigale | 11:12 | commenti (2) Torna sopra




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