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  l'essenza vitale.
  L'unico   requisito   che ti chiedo
    è quello di essere un lettore
1 - Il diritto di non leggere
2 - Il diritto di saltare le pagine
3 - Il diritto di non finire un libro
4 - Il diritto di rileggere
5 - Il diritto di leggere qualsiasi
      cosa
6 - Il diritto di desiderare di
      evadere dalla routine
      quotidiana
7 - Il diritto di leggere ovunque
8 - Il diritto di spizzicare
9 - Il diritto di leggere a voce alta
10-Il diritto di tacere
(tratti dal saggio di Daniel Pennac Come un romanzo)
Il blog Il Parnaso Ambulante, e tutte le sezioni ad esso collegate, non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
50 di bocca il vizio della notte (Giraldi editore, 2007, pagg. 127, Euro 12,50) è l’ultima fatica narrativa dello scrittore vicentino Ausilio Bertoli. Sociologo di formazione, Bertoli ha al suo attivo vari libri, da Il veggente di Bovo (Solfanelli, 1991), passando per Amore per ipotesi (Campanotto, 1994), Ricerche amorose (Campanotto, 1998), fino ad approdare al più recente – un saggio – i temi della comunicazione (Lupetti & Co., 2004). La sua produzione narrativa ha il comune denominatore tematico di offrirci degli squisiti ritratti di personaggi veneti,cesellati al bulino (Gente tagliata è, guarda caso, il titolo di una felice silloge di racconti, Edizioni del Leone, 1996), profondamente radicati nella loro terra, colti nello smarrimento, nel disagio del passaggio brusco – e non certo indolore – da un retroterra rurale al confronto-scontro con i nuovi stili di vita della società urbana e con quel celebre, dibattuto e controverso miracolo socio-economico che va sotto la denominazione di Nordest.
50 di bocca il vizio della notte è il prodotto collaterale di un vasto progetto di ricerca, attinente alla sociologia della devianza, ma per sbaragliare il campo da equivoci ribadisco che si tratta di narrativa “pura” e non di romanzo-documento nella sua propria accezione del termine. Bertoli disponeva di materiale interessante; la sua formazione di sociologo gli ha conferito la competenza adeguata, professionale, a svolgere interviste e rilievi “sul posto” – mettendo pure a repentaglio la sua incolumità – ma non troverete nulla di tutto questo nel libro. Lo scrittore Bertoli ha optato per la forma romanzo – o racconto lungo in questo caso, senza partizione in capitoli bensì in scene – cercando di mantenere lucido e disincantato lo sguardo dell’esperienza, chiudendo le porte alla sociologia e a tentazioni di giudizio etico e morale su quanto esperito. L’ammirevole intuizione dell’autore, in 50 di bocca il vizio della notte è stata quella di aderire tecnicamente al punto di vista di Basilio Bossio, il protagonista del libro, “lucciolomane” impenitente, fautore dell’adescamento compulsivo, puerile nella sua sdilinquita predilezione per la bellezza delle passeggiatrici dell’Europa dell’Est, quanto perturbante e suo malgrado pericoloso nel perseguire a ogni costo le sue ossessioni.
Le location principali di questo libro sono le strade, in special modo quelle riconoscibili di alcune città come Vicenza e Padova: Basilio le percorre preda delle sue voglie, impacciato, terrorizzato dalla eventualità di essere scoperto, di mettere a repentaglio la sua reputazione di irreprensibile promotore finanziario. Per salvaguardare la sua “doppia vita” mente spudoratamente, risoluto a non farsi coinvolgere dalle prostitute che avvicina e dalle loro vicende personali, neanche con la scaltra Chata, la ragazza praghese dall’italiano un po’ posticcio, che cerca di irretirlo per conquistarsi un posto nel suo cuore: “(…) Tu sei buono, altruista e per bene, lo ti si legge sulla fronte. Sei speciale, ecco. Ho accettato di salire nella macchina tua, senza esitazioni, e senza parlare di cifre, con questa speranza. (…) tra noi c’è feeling, c’è…” Ma Bossio è comunque rapito, estasiato da queste esponenti del gentil sesso come “ (…) di fronte alle sculture di Donatello o del Sansovino nella basilica del Santo”; il suo è un amore ideale, mitizzato, un palliativo rimedio alla decadenza del corpo e dello spirito. Bossio aveva sempre sognato di amare ragazze splendide, dalle vecchie compagne di scuola alle colleghe di lavoro, alle clienti, immedesimandosi nei loro amanti. Di loro adora la giovinezza e la spregiudicatezza, il senso di avventura che lo scuote come un brivido, anestetizzando il senso latente di essere un fallito, “una scartina”, come la moglie si diverte a canzonarlo. “(…) Magro impiccato, esonerato dal servizio militare per scarsità toracica; il pollice e l’indice della mano sinistra tranciati, da bambino, da una fresa della falegnameria dello zio”. Ed è proprio da questa moglie ricca e autoritaria, sposata per interesse, che Basilio cerca di fuggire, quando può, rifugiandosi nel vizio. Bossio è per certi versi atipico nella misura in cui non vede le “lucciole” come prede da rapinare o stuprare – scaricando su di loro frustrazioni e nevrosi – bensì come depositarie di un amore da procacciarsi col denaro; ma è anche e soprattutto un personaggio tipicamente veneto nell’incarnare un certo perbenismo, un candore disarmante che ce lo rende simpatico; caratteristiche, queste, che alla prima occasione, con altrettanta nonchalance, lo indurranno a macchiarsi di nefandezze, ordendo una burla grottesca ai danni di un altro lucciolomane.
Ci riesce difficile non pensare per analogia a un corrispettivo cinematografico nel film di Pietro GermiSignore e signori, con quel Veneto di ieri sullo sfondo, i tradimenti, la libertà di non sottostare al giogo delle direttive dei parroci. Ma più che un fondo di religiosità cristiana, di cui il Veneto è ancora permeato e che costituisce l’alveo, o uno degli alvei sui quali giace l’humus veneto, è qui più illuminante rifarsi alle considerazioni di Eugenio Turri* in un suo articolo, L’anima del paesaggio veneto, a quel contatto primigenio del veneto con la propria terra, a quella forma di paganesimo come religiosità legata alla terra nativa, al culto delle divinità locali. Scrive Turri: “Culti pagani (il culto della buona cantina, della selvaggina catturata nei roccoli, delle verdure e della frutta dei broli, più tanti altri vizi) soprattutto quelli dei signori, che hanno lasciato retaggi nell’intero Veneto: se si concedevano tutti i lussi loro perché mai il povero contadino non poteva fare altrettanto?”
Del resto la pittura veneta è piena di queste feste mondane, di scene mitologiche presso boschi e fonti, dove si celano le ninfe. E Basilio Bossio è un satiro aggiornato al miracolo economico, al malinteso che il denaro possa comprare tutto: il benessere personale come la dignità sociale, perdendo cammin facendo il piacere del gioco e quell’immunità inconsapevole di potersi collocare al di là del bene e del male.
*Geografo del Politecnico di Milano. L’articolo citato è ospitato in Il grigio oltre le siepi, geografie smarrite e racconti del disagio in veneto a cura di Francesco Vallerani e Mauro Varotto (dossier nuova dimensione, 2005)
Giuseppe Ausilio Bertoli è nato a Grumolo delle Abbadesse (Vicenza). Ha scritto vari libri: Il veggente di Bovo (Solfanelli, 1991) Amore per ipotesi (Campanotto, 1994), Gente tagliata (Ed. del Leone, 1996), Ricerche amorose (Campanotto, 1998), Giostra mentale (Manni, 2001), il romanzo e-book Amore di banca e il saggio I temi della comunicazione (Lupetti, 2004).
Oltre che narratore è anche sociologo della comunicazione e pubblicista. E’ stato finalista ai Premi letterari Piero Chiara, Batocchi Città di Piombino, Bergamo e Insula Romana.
Giuseppe Ausilio Bertoli sarà presente il prossimo 23 novembre a villa Lattes (Vicenza) per presentare il suo libro. Maggiori informazioni qui.
Leggiamo insieme un libro
edizione 2008 Inizio fine gennaio 2008 per 5 giovedi con cadenza quindicinale
"Memorie: dall'autobiografia all'invenzione, attraverso l'indagine d'ambiente di alcuni scrittori italiani"
Progetto e coordinamento a cura dell'insegnante Lino DiGianni del Ctp Rivoli, svolto insieme alla Biblioteca Civica di Avigliana, allo Ial, all'Assessorato alla Cultura del Comune di Avigliana"
Iscrizioni aperte presso la biblioteca civica.
Il gruppo di lettura ha carattere gratuito.
Mm, poche pagine, scritte a lettere grosse.Dodici euro,un libro deve valere, se no cerchi altro.
50 mila copie in Francia.Mm. non vuol dire.
(Ma non è un best seller di quelli che valgono niente)
Bella scrittura, bella storia, due personaggi che cominciano ad abitarti: la nonna e il Reduce.
Ho aspettato di sentirla parlare, questa scrittrice, alla Fiera del Libro, per vedere se potevo fidarmi. Si, è brava. Autentica. Ha saputo dar voce narrante a memorie che cosi son diventate persone che abbiamo incontrato.
Cercatelo, leggetelo. Poi, ditemi.(su qualche casa di libri on line fanno pure il 20% di sconto)
"Ma torniamo al suo racconto.Non smetta di immaginare.Non è matta.
Mai più creda a chi le dice questa cosa ingiusta e malvagia. Scriva" pg 119 Mal di pietre
Milena Agus è nata a Genova da genitori sardi e vive a Cagliari, dove insegna italiano e storia in un istituto superiore tecnico-professionale
Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio
Amara Lakhous edizioni E/O Pagine: 192
Data di pubblicazione: marzo 2006
Euro 12,00
Si legge facilmente, in modo piacevole e scorrevole.
Alcune buone trovate per denunciare le tante verità che i diversi personaggi pensano di avere.
Consigliato come vaccinazione contro il razzismo forcaiolo montante.
Bello il linguaggio popolare scelto.
Si vede come si abiti una lingua
La leggenda dei monti naviganti- Paolo Rumiz -Feltrinelli- euro 18"
Lontano dai luoghi della finzione e del frastuono, ho attraversato a volte una soglia invisibile e scoperto luoghi dello spirito: eremi. fonti, santuari, boschi millenari, a volte semplici toponimi.
Soprattutto piccole valli, orientate come antenne paraboliche verso un silenzio planetario.
In questi spazi la parola - il logos - sembra quasi riacquistare senso e rigenerarsi come in una cassa armonica.
Qui il pensiero si espande naturalmente, e naturalmente incontra il Sacro. se non altro per il bisogno fisico di superare i contrafforti che gli chiudono l'orizzonte.
Mi piace pensare che tali luoghi contengano i codici criptati - illegibili ai barbari -della resistenza all'annientamento, memorie orali antichissime dei princìpi della vita.
Senza questi invibili rifugi, probabilmente la montagna si sarebbe diversificata da tempo" P. Rumiz
Flannery O'Connor: concepire l'infinito
L'intervento del critico Antonio Spadaro S.J. al convegno dedicato a Flannery O'Connor nell'ambito della rassegna "Concepire l'infinito" promossa dalle biblioteche di Roma.
di Antonio Spadaro
Che cosa c’è di comune tra Bruce Springsteen e Nick Cave, registi quali John Huston e Quentin Tarantino, scrittori quali Raymond Carver e Elizabeth Bishop? Nulla, forse. Tranne Flannery O’Connor (1925-1964), letta, amata, rappresentata o imitata da tutti loro.
La O’Connor considerava sua country quel «caro vecchio lurido Sud» compreso tra la zona pedemontana della Georgia e l’est del Tennessee, è figlia di quella terra che ha generato i Southerners, cioè penne quali Carson McCullers, Truman Capote, Tennesse Williams, William Faulkner. Morta a 39 anni, ci ha lasciato due romanzi (Wise Blood, del 1952 e The Violent Bear It Away del 1960) e una manciata di racconti pubblicati in due tappe nel 1955 e nel 1965. Tuttavia le sue poche pagine l’hanno fatta apprezzare come un’icona, un modello. All’opera narrativa vanno aggiunte le lettere e le prose occasionali di Mistery and Manners. Attilio Bertolucci si disse «folgorato» dalle sue pagine. L’immagine della folgorazione è efficace e pertinente: ci sembra di poter riconoscere in essa il segno di una modalità di «concepire l’infinito». Questo concepimento avviene ad almeno tre livelli. Lo comprendiamo leggendo alcun passaggi di Mistery and Manners.
Il primo livello. La O’Connor scrive perché vede il mondo. Seppure l’espressione possa apparire banale, le cose stanno proprio così. La scrittrice ha una visione del reale, dunque niente labirinti coscienziali o incartamenti romantici. I materiali di cui è fatto un racconto sono i più «polverosi»: «La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa». Da qui un prezioso avvertimento: non è possibile suscitare l’emozione con testi infarciti di emozione né suggerire pensieri facendo fuoriuscire incontenibile il pensiero da ogni angolo del racconto. A queste cose «bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore»: scrivere narrativa non è questione di dire cose, ma di farle vedere al lettore, di mostrarle. Se un personaggio ha un carattere legnoso deve avere una gamba di legno. Se la personalità cambia, allora deve arrivare un ladro a rubarle quella gamba. La concretezza dunque è una delle basi forti della poetica della O’Connor. Personaggi e avvenimenti hanno un aspetto che colpisce la percezione, sono incarnati e materiali: «la caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare». E questo «va appreso come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose». E quest’abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell’artista nella forma di una «gestazione»: lo sguardo imbambolato rivolto alla materia della vita è un modo di «concepire» l’infinita trama del finito, del concreto.
Il secondo livello. La O’Connor punta al mistero. La sua visione concretissima del reale non è mai da école du regard, algida e minimalista. Il realismo che la O’Connor intende prendere in considerazione è orientato in direzione del mistero, che si manifesta, ad esempio, nella forma dell’imprevisto o, addirittura, del grottesco: «se lo scrittore crede che la nostra vita sia e rimarrà essenzialmente misteriosa, se ci considera come esseri all’interno di un ordine creato le cui leggi osserviamo liberamente, allora quello che vedrà in superficie lo interesserà solo in quanto passaggio per arrivare a un’esperienza del mistero stesso». E allora può accadere veramente di tutto. Anche la violenza gratuita, il bizzarro e il grottesco, misto di comicità e orrore, sono funzionali a una forzatura dello sguardo. È come se la scrittrice desse uno schiaffo al lettore, scompigliando la sua intenzionalità visiva nel momento in cui sposta il volto, angolandolo di sbieco. Ciò che salta subito per aria è quel «buon senso» vagamente razionale e illuministico che tanto ammorba la vera ispirazione. Solo da questo scuotimento interiore, molto vicino alle doglie di un parto, può derivare quella pace profonda e quella serenità interiore che hanno spinto la scrittrice al buonumore sempre, anche quando fu colpita insieme da un tumore e da quel lupus erythematosus che la avrebbe condotta, ancor giovane, alla morte. L’infinita trama del finito «polveroso» è il telaio del un mistero profondo che la scrittura è in grado di «dare alla luce».
Il terzo livello. L’argomento della narrativa della O’Connor è «l’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo». Concepire l’infinito è per lei accogliere e custodire la grazia in un grembo che è «territorio del diavolo». Infatti la dimensione di «mistero» si concentra essenzialmente nel mistero della libertà dell’uomo e della personalità. Esso è il territorio del dramma del bene e del male, della salvezza e della perdizione, della grazia e del diavolo: «Nei miei racconti — scrive paradossalmente la O’Connor — il lettore troverà che il diavolo getta le basi necessarie affinché la grazia sia efficace». E questo a tal punto che di Hazel Motes, il protagonista del romanzo Wise Blood, la O’Connor scrive: «C’era già in lui il profondo nero inespresso convincimento che il mezzo per evitare Gesù consistesse nell’evitare il peccato». Per avere il senso del mistero occorre avere il senso del male. Sembra dunque che il senso del male sia anzi garanzia del nostro senso del mistero e del rapporto con la grazia. Dunque il diavolo diventa, in qualche modo, «una necessità drammatica». La prospettiva drammatica della scrittrice non restringe affatto il campo visivo dello scrittore sul reale, anzi lo amplia perché a questo punto, come scrive la O’Connor, «gli scrittori che vedono alla luce della loro fede cristiana saranno, di questi tempi, i più fini osservatori del grottesco, del perverso e dell’inaccettabile». Nell’ambito della visione anagogica esiste un significato della violenza che lo lega direttamente al mistero della grazia. Infatti l’avvenimento della grazia non è estraneo alla natura, ma è pur sempre un irrompere nella vita dell’uomo di una realtà differente rispetto ai suoi criteri. I personaggi della O’Connor sembrano a ogni istante sul punto di compiere qualunque azione: sono tutti allineati all’assoluto principio di tutte le loro possibilità. Per la O’Connor quindi la scrittura è il terreno nel quale viene concepito il dramma della libertà e delle sue infinite possibilità che si confronta col mistero della grazia che è in-finito in quanto sempre in-atteso e im-prevedibile.
Ecco quindi le tre modalità nelle quali la O’Connor «concepisce l’infinito»: infinito come infinita trama del finito, come mistero espansivo del mondo, come dramma della libertà e delle sue possibilità infinte che si confrontano con la grazia, la quale rimane sempre imprevedibile. Le modalità di questo concepimento non sono serene, da parto in piscina. Sono assolutamente drammatiche, grottesche, inquietanti. Le opere della O’Connor sono come lei da bambina: scazzottano con l’angelo.