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Mi piacerebbe molto...
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... che le informazioni, i link vari, i consigli e gli sconsigli di lettura... ... il confronto, i commenti
  contrastanti...costituiscano per me
  l'essenza vitale.
  L'unico   requisito   che ti chiedo
    è quello di essere un lettore
1 - Il diritto di non leggere
2 - Il diritto di saltare le pagine
3 - Il diritto di non finire un libro
4 - Il diritto di rileggere
5 - Il diritto di leggere qualsiasi
      cosa
6 - Il diritto di desiderare di
      evadere dalla routine
      quotidiana
7 - Il diritto di leggere ovunque
8 - Il diritto di spizzicare
9 - Il diritto di leggere a voce alta
10-Il diritto di tacere
(tratti dal saggio di Daniel Pennac Come un romanzo)
Il blog Il Parnaso Ambulante, e tutte le sezioni ad esso collegate, non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La leggenda dei monti naviganti- Paolo Rumiz -Feltrinelli- euro 18"
Lontano dai luoghi della finzione e del frastuono, ho attraversato a volte una soglia invisibile e scoperto luoghi dello spirito: eremi. fonti, santuari, boschi millenari, a volte semplici toponimi.
Soprattutto piccole valli, orientate come antenne paraboliche verso un silenzio planetario.
In questi spazi la parola - il logos - sembra quasi riacquistare senso e rigenerarsi come in una cassa armonica.
Qui il pensiero si espande naturalmente, e naturalmente incontra il Sacro. se non altro per il bisogno fisico di superare i contrafforti che gli chiudono l'orizzonte.
Mi piace pensare che tali luoghi contengano i codici criptati - illegibili ai barbari -della resistenza all'annientamento, memorie orali antichissime dei princìpi della vita.
Senza questi invibili rifugi, probabilmente la montagna si sarebbe diversificata da tempo" P. Rumiz
Il CIFA ONLUS promuove, in collaborazione con Edizioni Progetto Cultura 2003 S.r.l., un Premio letterario con la finalità sociale di realizzare un centro di accoglienza per bambini di strada in un villaggio di Manila, nelle Filippine.
Al Premio si può partecipare con elaborati di diverso genere (racconti, favole, poesie, filastrocche e storie illustrate) sul tema delladifesa dei bambini e dei loro diritti fondamentali, in sintonia con gli obiettivi del CIFA.
Il Premio si articola in quattro Sezioni:
A) Sezione Generale, aperta alla partecipazione di tutti
B) Sezione Nonni: riservata a coloro che hanno compiuto 65 anni dietà
C) Sezione Ragazzi 1° e 2° grado (medie inferiori e superiori) riservata agli studenti della Scuola Secondaria
D) Sezione Bambini (elementari) riservata agli alunni della Scuola Primaria.
Scadenza: 30 giugno 2007.
Il testo completo del bando e l’elenco dei premi sono disponibili sui siti
Flannery O'Connor: concepire l'infinito
L'intervento del critico Antonio Spadaro S.J. al convegno dedicato a Flannery O'Connor nell'ambito della rassegna "Concepire l'infinito" promossa dalle biblioteche di Roma.
di Antonio Spadaro
Che cosa c’è di comune tra Bruce Springsteen e Nick Cave, registi quali John Huston e Quentin Tarantino, scrittori quali Raymond Carver e Elizabeth Bishop? Nulla, forse. Tranne Flannery O’Connor (1925-1964), letta, amata, rappresentata o imitata da tutti loro.
La O’Connor considerava sua country quel «caro vecchio lurido Sud» compreso tra la zona pedemontana della Georgia e l’est del Tennessee, è figlia di quella terra che ha generato i Southerners, cioè penne quali Carson McCullers, Truman Capote, Tennesse Williams, William Faulkner. Morta a 39 anni, ci ha lasciato due romanzi (Wise Blood, del 1952 e The Violent Bear It Away del 1960) e una manciata di racconti pubblicati in due tappe nel 1955 e nel 1965. Tuttavia le sue poche pagine l’hanno fatta apprezzare come un’icona, un modello. All’opera narrativa vanno aggiunte le lettere e le prose occasionali di Mistery and Manners. Attilio Bertolucci si disse «folgorato» dalle sue pagine. L’immagine della folgorazione è efficace e pertinente: ci sembra di poter riconoscere in essa il segno di una modalità di «concepire l’infinito». Questo concepimento avviene ad almeno tre livelli. Lo comprendiamo leggendo alcun passaggi di Mistery and Manners.
Il primo livello. La O’Connor scrive perché vede il mondo. Seppure l’espressione possa apparire banale, le cose stanno proprio così. La scrittrice ha una visione del reale, dunque niente labirinti coscienziali o incartamenti romantici. I materiali di cui è fatto un racconto sono i più «polverosi»: «La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa». Da qui un prezioso avvertimento: non è possibile suscitare l’emozione con testi infarciti di emozione né suggerire pensieri facendo fuoriuscire incontenibile il pensiero da ogni angolo del racconto. A queste cose «bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore»: scrivere narrativa non è questione di dire cose, ma di farle vedere al lettore, di mostrarle. Se un personaggio ha un carattere legnoso deve avere una gamba di legno. Se la personalità cambia, allora deve arrivare un ladro a rubarle quella gamba. La concretezza dunque è una delle basi forti della poetica della O’Connor. Personaggi e avvenimenti hanno un aspetto che colpisce la percezione, sono incarnati e materiali: «la caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare». E questo «va appreso come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose». E quest’abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell’artista nella forma di una «gestazione»: lo sguardo imbambolato rivolto alla materia della vita è un modo di «concepire» l’infinita trama del finito, del concreto.
Il secondo livello. La O’Connor punta al mistero. La sua visione concretissima del reale non è mai da école du regard, algida e minimalista. Il realismo che la O’Connor intende prendere in considerazione è orientato in direzione del mistero, che si manifesta, ad esempio, nella forma dell’imprevisto o, addirittura, del grottesco: «se lo scrittore crede che la nostra vita sia e rimarrà essenzialmente misteriosa, se ci considera come esseri all’interno di un ordine creato le cui leggi osserviamo liberamente, allora quello che vedrà in superficie lo interesserà solo in quanto passaggio per arrivare a un’esperienza del mistero stesso». E allora può accadere veramente di tutto. Anche la violenza gratuita, il bizzarro e il grottesco, misto di comicità e orrore, sono funzionali a una forzatura dello sguardo. È come se la scrittrice desse uno schiaffo al lettore, scompigliando la sua intenzionalità visiva nel momento in cui sposta il volto, angolandolo di sbieco. Ciò che salta subito per aria è quel «buon senso» vagamente razionale e illuministico che tanto ammorba la vera ispirazione. Solo da questo scuotimento interiore, molto vicino alle doglie di un parto, può derivare quella pace profonda e quella serenità interiore che hanno spinto la scrittrice al buonumore sempre, anche quando fu colpita insieme da un tumore e da quel lupus erythematosus che la avrebbe condotta, ancor giovane, alla morte. L’infinita trama del finito «polveroso» è il telaio del un mistero profondo che la scrittura è in grado di «dare alla luce».
Il terzo livello. L’argomento della narrativa della O’Connor è «l’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo». Concepire l’infinito è per lei accogliere e custodire la grazia in un grembo che è «territorio del diavolo». Infatti la dimensione di «mistero» si concentra essenzialmente nel mistero della libertà dell’uomo e della personalità. Esso è il territorio del dramma del bene e del male, della salvezza e della perdizione, della grazia e del diavolo: «Nei miei racconti — scrive paradossalmente la O’Connor — il lettore troverà che il diavolo getta le basi necessarie affinché la grazia sia efficace». E questo a tal punto che di Hazel Motes, il protagonista del romanzo Wise Blood, la O’Connor scrive: «C’era già in lui il profondo nero inespresso convincimento che il mezzo per evitare Gesù consistesse nell’evitare il peccato». Per avere il senso del mistero occorre avere il senso del male. Sembra dunque che il senso del male sia anzi garanzia del nostro senso del mistero e del rapporto con la grazia. Dunque il diavolo diventa, in qualche modo, «una necessità drammatica». La prospettiva drammatica della scrittrice non restringe affatto il campo visivo dello scrittore sul reale, anzi lo amplia perché a questo punto, come scrive la O’Connor, «gli scrittori che vedono alla luce della loro fede cristiana saranno, di questi tempi, i più fini osservatori del grottesco, del perverso e dell’inaccettabile». Nell’ambito della visione anagogica esiste un significato della violenza che lo lega direttamente al mistero della grazia. Infatti l’avvenimento della grazia non è estraneo alla natura, ma è pur sempre un irrompere nella vita dell’uomo di una realtà differente rispetto ai suoi criteri. I personaggi della O’Connor sembrano a ogni istante sul punto di compiere qualunque azione: sono tutti allineati all’assoluto principio di tutte le loro possibilità. Per la O’Connor quindi la scrittura è il terreno nel quale viene concepito il dramma della libertà e delle sue infinite possibilità che si confronta col mistero della grazia che è in-finito in quanto sempre in-atteso e im-prevedibile.
Ecco quindi le tre modalità nelle quali la O’Connor «concepisce l’infinito»: infinito come infinita trama del finito, come mistero espansivo del mondo, come dramma della libertà e delle sue possibilità infinte che si confrontano con la grazia, la quale rimane sempre imprevedibile. Le modalità di questo concepimento non sono serene, da parto in piscina. Sono assolutamente drammatiche, grottesche, inquietanti. Le opere della O’Connor sono come lei da bambina: scazzottano con l’angelo.
Ricordi
Nagib al bar della felicità
L'incontro Laico, dotato di humor, era un attento osservatore della politica
Isabella Camera d'Afflitto
Il grande vecchio della letteratura araba se n'è andato, portandosi dietro quasi un secolo di storia egiziana. Lo conoscevo da una quindicina di anni e cercavo di incontrarlo quando mi trovavo al Cairo. Andavo a salutarlo al Farah Boat (La nave della felicità), uno dei tanti battelli-caffè che si trovano lungo il Nilo. E ogni volta ero sorpresa di trovarmi davanti un vecchietto sempre più esile, e sempre vigile e divertente. Sì, perché Mahfuz, come tanti egiziani aveva uno spiccato senso dell'umorismo e si divertiva a sentire e a raccontare egli stesso le famose barzellette egiziane. Anche l'ultima volta che l'ho visto, a febbraio, se ne stava seduto sempre più piccolo in un immenso cappottone grigio, e all'inizio mi sembrò assente, ma dopo qualche minuto lo vidi come al solito partecipare con sagaci battute alla conversazione degli ospiti, anzi dei fedelissimi amici che una o due volte la settimana si occupavano di lui; andavano a prenderlo a casa, dove viveva con l'anziana moglie, e lo portavano al caffè dove ogni tanto erano ammessi anche ospiti stranieri. Gli stessi amici di sempre, che lo trattavano con devozione più che filiale: lo scrittore Gamal Gitani e il poeta Abnudi erano tra i suoi fedeli amici. Non si scherzava soltanto, ma si parlava della situazione internazionale che Mahfuz sembrava conoscere bene. Ricordo la sua battuta sugli occidentali che esportano con le armi la democrazia nel resto del mondo... Ma naturalmente anche sulla situazione egiziana, che invece lo vedeva più cauto, soprattutto davanti agli stranieri. Era cosciente della strumentalizzazione a cui poteva andare incontro. Non era la prima volta che si attribuivano allo scrittore dichiarazioni provocatorie, probabile frutto di abili manipolazioni, come quelle di chi lo vedeva di recente troppo vicino alle posizioni dell'università islamica di al-Azhar. Ma Mahfuz era sempre stato un grande laico, come tanti, tantissimi arabi. Solo che il laicismo nel mondo arabo non interessa gli occidentali, sempre pronti al facile trinomio arabi/musulmani/integralisti. Al mio ultimo incontro con lo scrittore abbiamo parlato di un suo romanzo che avevo tradotto anni fa, Miramar, e ricordo di avergli ripetuto una frase che gli avevo detto altre volte: «Ya ustadh, hazzak hazzi». Ringraziavo il maestro: «la tua fortuna è la mia fortuna», riferendomi al fatto che se lui non avesse vinto il Nobel, io, e come me tanti altri arabisti in Europa, non avremmo potuto diffondere la letteratura araba in Occidente, così come stiamo facendo. Per me sarebbe stata un'altra vita e per questo gli sarò per sempre riconoscente.