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(tratti dal saggio di Daniel Pennac Come un romanzo)

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martedì, 28 novembre 2006

categoria: poesie, poesia, citazioni dai testi
 



Una poesia per svelare l’inganno
Wisława Szymborska

profilo di una delle piú grandi poetesse dei nostri tempi
di Stas' Gawronski

Wisława Szymborska è una delle piú grandi poetesse dei nostri tempi, ma sembra che non voglia farlo sapere. Il pubblico italiano sa che nel 1996 la poetessa polacca ha vinto il premio Nobel per la letteratura eppure non ha mai visto un suo passaggio in televisione o ascoltato la sua voce per radio e, forse, neppure incontrato una sua fotografia su un giornale. La Szymborska preferisce la sordina del poeta in silenzio, in attesa di se stesso, davanti a un foglio di carta non scritto e restare un personaggio schivo e riservato, che non ama rilasciare interviste o parlare della sua opera, ma piuttosto che tiene a sottolineare la preminenza del testo rispetto al suo autore, l’autonomia delle poesie rispetto al viso, alla storia e alle opinioni sulla letteratura e sulla società di colui che le scrive. Per dirla tutta, ella non ama neppure le serate d’autore, anzi se ne fa beffe - Ci sono dodici persone ad ascoltare, è tempo ormai di cominciare. Metà è venuta perché piove, gli altri sono parenti. O Musa. […] In prima fila un vecchietto dolcemente sogna che la moglie buonanima, rediviva, gli sta per cuocere la crostata di prugne. Con calore, ma non troppo, ché il dolce non bruci, cominciamo a leggere. O Musa – (“Serata d’autore”) eppure, il 10 novembre 2003 la Szymborska è apparsa al Teatro Valle di Roma per un reading di alcune sue poesie che ha entusiasmato una platea di persone giunte da tutta Italia e che RaiLibro ha avuto la possibilità di filmare in esclusiva.

Oggi Wyslawa Szymborska è una scrittrice di culto, ma, come rileva Pietro Marchesani nella post fazione a “Vista con granello di sabbia”, quando vinse il premio Nobel, nessuno in Italia sembrava conoscerla, nessuno ricordava che, già alcuni anni prima, Iosif Brodskij nel suo discorso di apertura del Salone del libro di Torino, la citava come uno dei piú grandi poeti viventi. In verità, la poetessa polacca aveva già un editore italiano, l’appassionato Vanni Sheiwiller che ha avuto il merito di pubblicare “Gente sul ponte” prima della vittoria del Nobel e oggi, a distanza di quasi cinque anni dalla scomparsa dell’editore, la casa editrice che porta il suo nome pubblica la raccolta completa di poesie Uno spasso, finora mai lette integralmente in italiano.

Ma per quale motivo, leggendo le poesie della Szymborska, abbiamo l’impressione di trovarci di fronte alla grande letteratura, quella che può avere un peso reale nella vita di chi legge, che contiene i germi del cambiamento e delle risposte di cui ognuno va in cerca? Probabilmente perché i suoi testi contengono un invito sottile quanto rigoroso ad aprire gli occhi sulla realtà, a prendere coscienza dei limiti ineludibili del nostro esistere, ma anche della profondità indicibile della condizione umana e del nostro comune destino. A ben vedere, infatti, tutti gli uomini sono dei clochard in un giorno mattutino fino al crepuscolo (“Un clochard”) e la concretezza di ogni cosa e di ciascuno è il luogo in cui si rivela una dimensione di senso comune a tutti gli uomini che, per quanto oscurata e nascosta con inganno dal male e dalla morte che ingiustamente divora ogni cosa su questa terra, accompagna il nostro viaggio nel tempo, facendo capolino in ogni piú piccola realtà. Questa presenza discreta quanto essenziale, indispensabile a riscattare la vita dalla finitudine del tempo concesso al nostro stare al mondo, invisibile solo all’uomo che non sa dare attenzione all’attimo che passa, è il vero bersaglio della poesia della Szymborska, poesia che in tal senso è vendetta di mano mortale (“La gioia di scrivere”) nei confronti della morte e dell’inganno che cela agli uomini la promessa d’eternità nascosta in ogni cosa creata.

Per la Szymborska la poesia, come la vita, si fonda sul confronto con la realtà, un confronto concreto e non intellettuale, vivo e non astratto, un confronto vissuto, partecipato, mai sublimato a vana sentimentalità o a idea. Al poeta che, per esempio, cerca di penetrare il mistero di una pietra, che bussa dicendo “fammi entrare”, la pietra risponde che […]non c’è senso che possa sostituirti quello del partecipare./ Anche una vista affilata fino all’onniveggenza / non ti servirá a nulla senza il senso del partecipare./ Non entrerai, non hai che una sensazione di quel senso, appena un germe, una parvenza. […] (“Conversazione con una pietra”). Per entrare, quindi, bisogna mettersi in gioco perché non c’è nulla che il nostro affannarsi possa trattenere, neppure con l’ausilio della memoria. Ciò che viviamo passa, è benvenuto e addio in uno solo sguardo, eppure se il poeta riesce a meravigliarsi davanti alla realtà che lo circonda può esclamare tutto è mio, niente mi appartiene. In questo senso, come vediamo anche nella sua “Posta letteraria” (le risposte che la scrittrice dava ai lettori di «Życie Literackie» che le sottoponevano poesie e racconti), la poetessa polacca vuole indicare una strada, inevitabile quando la poesia è chiamata a svelare l’inganno, a fare chiarezza, a caratterizzarsi per un’etica che si propone di dire la verità sulla vita. Non c’e’ spazio, quindi, nella scrittura (e questa è la prima regola impartita anche agli aspiranti scrittori che la cercano per avere un parere sui loro testi) ai sentimentalismi o alle sperimentazioni stilistiche che tradiscono solo il desiderio di affermazione del poeta, ma bisogna saper guardare il mondo: un miracolo, basta guardarsi intorno: / il mondo onnipresente (“La fiera dei miracoli”)

Come in tutti gli scrittori che hanno nel mirino dei propri versi il seme dell’eternità gettato attraverso la realtà verso ogni uomo, la Szymborska si lascia meravigliare dalla realtà perché, prima di scrivere i suoi versi, sa farle spazio, sa accoglierla, sa osservare. La poesia che ne scaturisce, cruda, concreta, lineare, ironica, giunge sempre ad un punto di stupore perché, come afferma nel discorso pronunciato in occasione del conferimento del Nobel, il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da alcun paragone con alcunché e poi perché il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte ad esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali, qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi trapassati dalle radiazioni delle stelle, stelle intorno a cui si sono giá cominciati a scoprire pianeti (giá morti? Ancora morti?), qualunque cosa pensiamo di questo smisurato teatro, per cui abbiamo sí il biglietto d’ingresso, ma con una validità ridicolmente breve, limitata da due date categoriche, qualunque cosa noi pensassimo di questo mondo – esso è stupefacente.

Attraverso una descrizione accurata e lucida dell’esistenza nella sua ruvida concretezza, la Szymborska sbatte in faccia al lettore le questioni importanti sulla vita, ma con leggerezza, senza affaticarlo con versi ermetici, servendosi di una lingua semplice e spesso colloquiale, facendolo sorridere per l’ironia mentre gli grava le spalle di domande. L’ironia dei suoi versi è tagliente, ma mai fine a se stessa o violenta o appesantita dal giudizio, ma piuttosto destinata a svelare il ridicolo, l’inopportuno, il disumano.

La coscienza del reale è anche coscienza del tempo che è dato e coscienza della morte. Le sue poesie risuonano come un monito: attenzione, perché il tempo passa e solo in quel passaggio rapido e convulso della vita è possibile cogliere la risposta a ogni domanda, la bellezza che trascende l’ingiusta fine di ogni esistenza, ogni male; attenzione, perché noi viviamo fin dalla nascita in corpi da commiato. In questo senso, lo sguardo della Szymborska sulla morte sembra essere un richiamo ad una umanitá che non vuole rendersi conto di vivere una vita con sorti giá decise e che, a fronte di una fine sicura, non capisce che la vita è formata da piccole eternitá piene di pallottole in volo e che occorre aprire gli occhi su ogni piccola realtà in ogni istante dell’esistenza per svelare il mistero di questa certa e ineludibile finitezza dell’uomo. La sua poesia è un invito ad aprire gli occhi sulla realtà e a tuffarsi nella sua concretezza fino a bere l’amaro calice della coscienza della fine, se veramente si cerca veramente una risposta, un fondamento per una speranza solida, radicata in profondità. […]Vivevano nella vita/Permeati da un grande vento /Con sorti giá decise./Fin dalla nascita in corpi da commiato. /Ma c’era in loro un’umida speranza,/una fiammella nutrita del proprio luccichio. / Loro sapevano cos’è davvero un istante,/oh, almeno uno, uno qualunque prima di – […] (“Monologo per Cassandra”). Ci ricorda che la vita è un percorso a tempo determinato, che qualunque cosa ogniqualvolta ovunque sia accaduta, è scritta sull’acqua di babele. (“Acqua”), che inutili sono gli sforzi affannati, ridicoli senza saperlo, di tanti uomini di andare avanti senza porsi il problema della fine. […]Nato. / Cosí è nato, anche lui. / Nato come tutti. / Come me, che morirò. / Figlio d’una donna reale. / Uno giunto dalle profondità del corpo. / In viaggio verso l’omega. / Esposto / alla propria assenza / da ogni dove, / in ogni istante. / E la sua testa / è una testa contro un muro / cedevole per ora. / E le sue mosse / sono tentativi di eludere / il verdetto universale. / Ho capito che è già a metà del cammino. / Ma questo non me lo ha detto, / no. […]

Sono versi che fanno chiarezza, disinnescano l’inganno e mettono in risalto i veri contorni della cose, versi che sono un antidoto all’illusione, all’apparenza, alla mancanza di discernimento. 
 

scritto da linodigianni | 11:07 | commenti Torna sopra




lunedì, 23 ottobre 2006

categoria: poesia, interviste
 

Zanzotto, il pessimismo della natura perduta 

La casa di Andrea Zanzotto è il rifugio del poeta scontento. In fondo al giardino arruffato legge e scrive immerso nella malinconia di un paesaggio che gli alberi dagli zecchini d'oro continuano a cambiare.
Zanzotto non lo sopporta. Perché nei versi accumulati durante la lunga vita “compare una fitta popolazione - non saprei dire altrimenti - di prati, boschi, colline ma anche di eventi e cose atmosferiche: piogge, nevi, venti, geli, cose di natura, segni di scrittura”. Immaginava che per parlare, la letteratura avesse bisogno di un paesaggio, ma questo paesaggio sbiadisce nella memoria.

Invece il degrado avanza “restio all'ultima umana cupidità e torsione”. Guardando il verde e le trasparenze dei ghiacci si rallegrava: era il 1951. Adesso, nello studiolo coperto dai libri, sotto l'acquerello delle colline fiorite di Tullio Pericoli, il pessimismo di Zanzotto intristisce i suoi 83 anni. Sono fiori di carta, non appassiscono; la consolazione resta provvisoria.
Lungo la strada da Treviso a Pieve i supermercati hanno l'aria di portaerei insabbiate tra fabbriche e fabbrichette, gli alberi dove fioriscono gli zecchini. “Mi sono trovato circondato. Prima era un bel posto dove si poteva stare. Adesso andrei, ma sono troppo vecchio per cambiare. Qualcuno di loro sta andando. In Romania o verso la Cina”.

Lei conosce l'animo delle persone, le ha viste crescere ed arricchirsi: al di là degli affari, crede sappiamo cos'è la Cina?

Ho grandi dubbi. C'è una distorsione di sguardo creata dalla falsa mondializzazione, specie di colpo di stato mondiale che il capitalismo più lesto ha organizzato senza ben sapere dove andava a sbattere. Adesso i soldi devono moltiplicarsi in continuazione, altrimenti, il disastro. Bisogna vendere più automobili quest'anno di quante vendute dell'anno precedente. Nessuno si chiede: dove le mettiamo? Vada a vedere cosa c'é a Vittorio Veneto, e un po' dappertutto: una fabbrichetta dopo l'altra, sembrano animali intrufolati nei posti più incredibili.

... attorno alle lapidi che coprono la montagna dei i morti nelle trincee della prima guerra. Pensare che un tempo erano i paesi poveri dell'emigrazione...

Siamo stati tutti emigranti. Anch'io ho lavorato in Svizzera. Sono entrato nel Vallese come sguattero, era il '47. In realtà insegnavo in un collegio sopra Losanna, a Villars. Chiamavano i clandestini laureati con contratti di comodo e li usavano come a loro faceva comodo. A Padova, nel '42, avevo discusso la tesi su Grazia Deledda. Ma da noi non c'erano posti e là si guadagnava bene. Con i primi 180 franchi netti sono riuscito a pagarmi due vestiti e un paltò.

Studenti svizzeri?

Scuola internazionale. Arrivavano figli di ricconi, ambasciatori, banchieri... Si parlava francese. Davo lezione di tutto, anche di matematica perché la direttrice diceva che un buon insegnante deve arrangiarsi con ogni materia. In realtà voleva risparmiare. Ho raccontato la storia di questa madame in “Altopiano”. L'ha stampato Neri Pozza. A Losanna cominciavo a scrivere in francese. L'emigrazione mi ha fatto sentire la barriera che c'era tra noi e loro, ma si lavorava contenti con qualche paura: la polizia svizzera teneva gli occhi aperti sui clandestini.

Sia pure nell'angolo nobile di un collegio, ha provato cosa vuol dire vivere sradicati dalla realtà nella quale si è cresciuti. Dalla Treviso non tenera verso gli extracomunitari, in quale modo oggi osserva la vita di chi arriva attraversando l'Europa, il Mediterraneo e altri mari?
Con profonda tristezza. Penso che se il capitalismo era intelligente doveva creare posti di lavoro attorno alle loro case. Già andare in Svizzera era un trauma. Si pativano tante cose...

Chi emigrava partendo da Pieve o da Treviso passava il confine col passaporto in mano?

Non sempre. A Pieve, nel dopoguerra, avevano vinto i democristiani come in quasi ogni posto del Veneto (a Venezia no), ma mio padre è stato eletto sindaco a furor di popolo. Si doveva far fronte alla massa dei disoccupati, solo Giovanni Zanzotto, socialista, insegnante di disegno e pittore, era intoccabile; solo lui poteva inventare qualcosa per calmare gli animi. Il fascismo lo aveva perseguitato. Nel '29 aveva votato contro il referendum, c'erano due schede una per il si e una per il no. Aveva scelto il no ed è stato punito. Non poteva più insegnare in una scuola pubblica. Ha trovato lavoro in Cadore in una specie di cooperativa indipendente. Più tardi è partito per la Francia. Quando nel '46 è tornata la libertà, la gente gli dava ascolto, era uno che aveva pagato. E lui si è messo d'accordo con la rete dei “passanti”, spalloni di uomini: guidavano i clandestini oltre confine. Andavano in Savoia. C'era lavoro, mancavano le braccia. Si sono formate le prime comunità di emigranti. Storie bellissime.

Anche lei ha attraversato il confine da clandestino?

No. A Treviso c'era tutta una banda passata in Svizzera dove insegnava il professor Gian Giacomo Cappellaro, partito in avanscoperta. Sono entrato col permesso da sguattero.

Incontrava compaesani umiliati dalla non considerazione dei padroni di casa. In Francia li chiamavano “macaronì”, nei Grigioni svizzeri “cinghei”, cinque soldi. Come spiega che quando sono tornati e hanno fatto fortuna, proprio qui, attorno a Treviso, la loro diffidenza verso lo straniero nutre la xenofobia delle leghe intransigenti. Non sopportano chi sta vivendo la loro vecchia sofferenza...

Da principio non era così. Prima di diventare assuntori di emigranti, gli ex emigranti ricordavano la solitudine del lavoro in terra straniera. Un po' facevano gli artigiani o aprivano negozietti, o andavano alla Zoppàs ma restavano sempre mezzadri: il lavoro dei campi dava sicurezza. Poi si sono sentiti con i piedi a posto. E la vita è cambiata, rivalsa di chi magari non aveva girato il mondo ma era cresciuto ascoltando i racconti dei nonni e dei padri. Lontani non erano nessuno, qui vogliono essere qualcuno. Forse, questo....

È la sola spiegazione?

Ve ne sono altre. I governi della vecchia Dc non hanno trattato male i mafiosi smascherati. Li mandavano al confino sulla pedemontana o nei paesi del lago d'Iseo, luoghi di privilegio. E i mafiosi continuavano i loro affari suscitando il rifiuto della gente costretta a subire quel trapianto sgradito. Lentamente hanno generalizzato il fastidio. Chi non parlava il dialetto poteva essere pericoloso. Sono stato contro a certe reazioni. Dicevano: viene gente che non ha le nostre tradizioni. Quindi, tutti mafiosi. Tutti? Andiamo... Ma il buonsenso di pochi non intiepidiva la diffidenza dei tanti.

Quando i Serenissimi hanno scalato e conquistato il campanile di piazza San Marco a Venezia, bravata che ha fatto ridere l'Europa, quale spiegazione ha dato alla stupidità dell'intemperanza?

«Non era il caso di enfatizzare la presa del campanile. Meritava si e no un titolino nella pagina interna pur essendo il bubbone che confermava l'esistenza di un disagio multiplo».

Dal campanile annunciavano la secessione...

Ma chi seccede da chi? Questo benessere coincide con una fortissima slogatura culturale che induce a bislacche nostalgie e approssimazioni mitologiche. Tutte fondate su fantasmi perché le leghe sono capitate molto più tardi. Si sarebbe dovuto obbligarli ad imparare un po' di storia e di antropologia. Ma forse c'era sotto qualche intrigo, ne abbiamo visti infiniti nell' Italia del dopoguerra.

Possibile si sia perduta la memoria collettiva di un passato non lontano, quando i padroncini di oggi erano ospiti in paesi che li guardavano in un certo modo?

Sono solo rimasti stupidi dall'enormità del successo economico.

Quando ha cominciato a scrivere versi guardando boschi e campagne con occhi d'amore?

Quando la punizione del fascismo ha costretto mio padre in Cadore. Ma anche prima: mi portava a dipingere paesaggi, boschi, colline. Così è cominciata la seduzione. Ed ho continuato ad andare in giro per le campagne, in bicicletta, passeggiate con amici, un'adorazione.

Il paesaggio è cambiato...

È cambiato con la pioggia del grande prestito del piano Marshall: all'inizio degli anni Cinquanta sono stati favoriti coloro che già avevano dato segni industriali e raccoglievano nelle officine i metalmezzadri. Senza andare all'estero, c'era chi aveva la fortuna di un campetto, terra poco fertile e frazionatissima: non avrebbe permesso di sopravvivere, ma dopo le otto ore di officina restava il tempo per il resto. Lavoravano sempre e lavoravano bene. A Pieve la tradizione degli ebanisti. Poco lontano i pionieri che avevano fondato le fabbriche. Ricordo il primo Zoppàs: andava da uno zio che aveva una botteguccia. Arrivava in bicicletta a presentare i suoi prodotti.

Cominciano i cambiamenti...

All'inizio ben visti. Gli emigranti tornavano; i giovani non dovevano andare via. Ma è successo qualcosa: la debolezza della lira ha aperto i mercati e tutti si sono dati daffare. Mani d'oro, spirito di sacrificio.


È la ricchezza che trasforma il paesaggio di Zanzotto. Non solo fabbriche e supernegozi, ma ville, villette, villone. Da Palladio ai geometri, la ferita diventa profonda esasperando il poeta angosciato ma convinto che “la classe dirigente mondiale sia rimasta ferma ad un'età pregeologica. Per loro non c'è un tempo della realtà, cìoé un tempo della storia che è minimo rispetto al tempo della geologia, quindi hanno inventato il mito dell'impresa dalla crescita senza fine. La natura non la sopporta. Tutti, dico tutti, da Bush, Putin o compagni di briscola, lottano credendo di diventare chissà chi perché si impadroniscono di un bruscolo di polvere che è la terra. Difendere il paesaggio vuol dire difendere la bellezza della natura, che è la bellezza della vita anche se può essere un inganno, come dice Leopardi, “perché di tanto inganno i figli tuoi”.

Resta il paesaggio coperto da mattoni, neon e lamiere...

Qui è ormai lettera morta. Cerco del passato i ritagli di verde raggiungibili. E penso che la gente sia anche stufa di distruggere per rompere la vecchia miseria. È vecchia, non dovrebbe più esserci, invece nel su e giù degli ultimi anni lo spettro ritorna. La dislocazione di chi trasporta le macchine in Romania faceva paura, ma qualche legame in fondo restava. Adesso vanno in Cina e la Cina è proprio lontana. Sta arrivando una crisi che frena la proliferazione delle fabbriche. I capannoni si svuotano ed è un vuoto che fa perdere tanti posti. Un altro vuoto inquieta: largamente rifiutata l'onda di questo governo, si patisce la speranza ancora non salda di una coesione larga del centrosinistra ricco di intellettuali e protagonisti della politica.

Pessimista...
Ma! Qua pretendono tutto e il contrario di tutto, una bella natura libera e fare turismo in cima all'Everest. Adesso sembrano sospesi: nessuno pensa di volere la fine troppo vicina, ormai é sotto il naso, ma se il profitto lo chiede ricominciano a costruire e andare avanti. Nel 1962 avevo lanciato l'allarme denunciando lo scempio su una rivista di Treviso. Mi sentivo socialista vecchia maniera incantato dal movimento di Comunità nato attorno ad Olivetti. Non sopportavo la crescita edilizia sconsiderata. Sentivo che stava per arrivare ciò che poi è arrivato. La bomba dell'anno scorso...

Ma le torri gemelle sono di tre anni fa...

No, é la bomba del caldo atroce che scioglie i ghiacci. Perché la ribellione della natura sconvolta fa più morti del terrorismo, eppure nessuno reagisce. Pochissimi sembrano accorgersi che siamo entrati in un periodo di catastrofe climatica. Il clima che cambia crea fenomeni imprevedibili. Ci si sente stretti da qualcosa che non è esagerato dire apocalisse.


Nel rifugio del poeta che osserva il futuro con occhi sfiduciati, la domanda é stonata, eppure la Tv messa d'angolo è il mobile spento che la suggerisce. “L'accende?”.Poco, quasi niente”. Dibattiti, telegiornali... “Preferisco il televideo. Nei dibattiti dicono le stesse cose con le stesse persone che si accavallano l'una sull'altra e va finire in baraonda. Insignificante, incomprensibile anche perché comincio a perdere la memoria, ma ciò che trasmettono ha l'aria di una manipolazione. Allora spengo oppure cambio stanza. Meglio leggere o scrivere epigrammi”.
Cerca l'ultimo foglio: “Un gran bisogno in giro ora si sente quello di un'assemblea prostituente”. Il secondo lo mormora camminando: “In questo progresso scorsoio non so se vengo ingoiato o ingoio”.
Attraversiamo il giardino. Dice che ha voglia di vivere perché deve fare ancora qualcosa. “Il mio solo nipote ha compiuto un anno. Troppo piccolo, non posso spiegargli. Devo aspettare che capisca per potergli parlare. O scrivergli un messaggio, dentro un biglietto la richiesta di perdono per non avergli lasciato un mondo migliore di quello che è”.

Intervista di Maurizio Chierici – L'UNITA' – 21/02/2005

scritto da linodigianni | 08:11 | commenti Torna sopra




venerdì, 30 giugno 2006

categoria: poesie, poesia, interviste
 
07. IntervisteAndrea Zanzotto


zanzottointervista.jpgL'ultimo libro che ha pubblicato, nella collana mondadoriana Lo Specchio, Sovrimpressioni, è stato un successo di vendite, superando parecchi titoli di narrativa italiana che vanno per la maggiore sulle pagine culturali dei quotidiani più noti. Non è nuovo, Andrea Zanzotto, a vendite alte: anzi, si tratta di un'autentica anomalia nel mondo editoriale italiano. Poeta che i critici accademici considerano comunque criptico o decrittabile soltanto da loro, Andrea Zanzotto ha ereditato una grazia tutta pascoliana: ci è vicino, i lettori comprano i suoi libri e li leggono, poiché nei versi di Zanzotto ascoltano il racconto del nostro mondo e dei mondi trascorsi e di quelli futuri - un racconto elegiaco ed epico che soltanto Zanzotto, da grandissimo poeta qual è, è in grado di formulare oggi in Italia. Proprio in occasione dell'uscita di Sovrimpressioni, abbiamo telefonato a Pieve di Soligo e chiacchierato con il massimo scrittore italiano contemporaneo.
Una certa critica ha pensato che Meteo equivalesse a un libretto di congedo, un po' come fu il Composita solvantur di Fortini. Con Sovrimpressioni Lei spiazza questa critica: c'è un lavoro in corso, fluido, che agglomera nuclei. Si prepara a una nuova Trilogia, Zanzotto?

Finché si sopravvive - dico fisicamente -, c'è la spinta a dire, a reagire a ciò che accade intorno e a dare rappresentazione a ciò che si vomita da dentro. Poiché la vita si rappresenta più come spravvivenza che come vivenza, , ci si abbandona a flussi di ricordi e a reazioni contro il presente: per esempio contro quello che mi accade attorno, al territorio attorno a me, e che io ho definito "cannibalismo del territorio". Mi limito a reagire, proprio come cerca di farlo un insetto che si cerca di schiacciare. Tutta questa reazione alla superfetazione e alla frenesia del contemporaneo - anche sul piano della lingua - può apparire un aspetto neogiovanilistico: ma non lo è. Non bisogna dimenticare che, oltre a ciò che si constata nel paesaggio, c'è un fenomeno sottile e inquietante che prende piede: una sorta di duplicazione, di schizofrenia, per cui ci troviamo di fronte a uomini che devastano il territorio e poi fanno opera di solidarietà. Si assiste a un turbinio locale che corrisponde a un turbinio mondiale. E devo dire che c'è qualcosa d'interessante in questo shakeraggio, per esprimermi con orrendo termine anglicizzante.

Lei è il massimo poeta del nostro tempo e ha avuto parecchie e meritate fortune. Ha avuto però una sfortuna: è stato ingabbiato da una certa critica formalistica in un carcere che, mi pare, trova riferimento nella nota finale del suo nuovo libro, quando afferma di volere reagire a "un'invasività da tatuaggio".
No, non mi riferivo alle etichette che mi hanno appiccicato addosso. L'invasività da tatuaggio è qualcosa che si profila come evento esterno pronto a torcere ciò che all'esterno sfugge. Noi assistemmo a ciò che i tedeschi fecero con Hölderlin. La metafora è dedotta dal racconto kafkiano della Colonia penale: la sentenza ti viene tatuata addosso, che tu lo voglia o meno.

Comunque è vero che esiste un'ipertrofia della critica, particolarmente vincente in àmbito accademico quella formalista che, a mio giudizio, ha sovrapposto calcare a strati sulla poesia. Che rapporto ha con la critica un poeta come Andrea Zanzotto?
Io ormai tendo a dimenticare. Capisco il senso di soffocamento e so benissimo che a volte si è pensato che io scrivessi per certi critici: ovviamente era un'ipotesi sbagliata. Gli incontri che ho avuto con personalità della critica hanno sempre avuto un che di fantastico e affettivo, esattamente come quando incontrai da giovane Rimbaud e Hölderlin: un incontro fantastico e affettivo, appunto, che non si è mai sciolto. Allo stesso modo ho incrociato e mi sono immerso in correnti che presentivo avrebbero innovato fortemente l'intensità e la storia del pensiero. Io miravo in basso, ai tempi del mio esordio: volevo soltanto esprimere un certo ardore iniziale con gli strumenti di cui disponevo, ma ne attendevo altri che si annunciavano. Così entri in polemica con il neorealismo (la resa dei conti l'ebbi al convegno di San Pellegrino, nel '54). Mi pareva che stesse prendendo piede un certo storicismo baldanzoso che dimenticava Hiroshima e Auschwitz. C'era questa potente spes all'interno della sinistra, italiana ed europea, nella quale avvertivo una forzatura e un certo ecclesiasticismo. Io la vedevo diversamente, anche perché ero incline (per malattie che mi capitarono ai tempi) a una certa pesantezza, al dubbio. Il suicidio di Pavese, per esempio, mi spaventò per mesi. Nel '50, lo stesso anno della morte di Pavese, conobbi Musatti e incontrai la psicanalisi. Ma non è a questo che si riduce il fare poesia - almeno non il mio.

A proposito di riduzionismo e di materialismo, c'è una questione che parrebbe fuori luogo affrontare a proposito della Sua poesia: è la questione della metafisica. Quando si legge in questa cosmogonia esiodea in piccolo che è Sovrimpressioni della luce che crea il mondo, o quando ci si imbatte in un verso come "ma quanto verde oltre questo verde", onestamente, viene da chiedersi se Zanzotto non sia un poeta metafisico.
Anche a me càpita, saltuariamente, che il raggio di luce incontri lo stagno, come in Böhme, e intravveda Dio. Il problema è che il metafisico è al di là della nominabilità. La Scrittura dice: "Non nominare Dio", e posteriormente aggiunge l'avverbio "invano". Io non sono stirneriano, non sostengo di essere l'eccezione del Nulla. Quello che a cui faccio riferimento è il tempo: abbiamo alle spalle un passato, davanti abbiamo un futuro, noi siamo un tempo che si inabissa perché non può autonominarsi. Se devo dire in cosa credo, penso che la formula più adatta sia: una trascendenza nell'immanenza.

Lo speciale Benedetti-Zanzotto 
Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 1 Gennaio 2003
scritto da linodigianni | 15:39 | commenti Torna sopra




martedì, 10 maggio 2005

categoria: poesia
 

La poesia ci ricorda che veniamo prima delle nostre parole
Intervista con il poeta francese Yves Bonnefoy, che domenica sarà protagonista di un incontro al Lingotto di Torino. Del suo passato fa parte una breve stagione surrealista. Mi aspetto dall'arte - dice - che collabori con la poesia per ristabilire il contatto con tutto ciò che sta oltre il linguaggio, e con le associazioni di pensiero inconsce. Per superare l'immobilità dei concetti
FRANCESCA BORRELLI

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scritto da alp | 14:14 | commenti Torna sopra




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