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... che le informazioni, i link vari, i consigli e gli sconsigli di lettura... ... il confronto, i commenti
  contrastanti...costituiscano per me
  l'essenza vitale.
  L'unico   requisito   che ti chiedo
    è quello di essere un lettore
1 - Il diritto di non leggere
2 - Il diritto di saltare le pagine
3 - Il diritto di non finire un libro
4 - Il diritto di rileggere
5 - Il diritto di leggere qualsiasi
      cosa
6 - Il diritto di desiderare di
      evadere dalla routine
      quotidiana
7 - Il diritto di leggere ovunque
8 - Il diritto di spizzicare
9 - Il diritto di leggere a voce alta
10-Il diritto di tacere
(tratti dal saggio di Daniel Pennac Come un romanzo)
Il blog Il Parnaso Ambulante, e tutte le sezioni ad esso collegate, non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità . Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
E’ un evento più unico che raro – di questi tempi – imbattersi in un libro di grande forza tematica e insieme espressiva come Maschio adulto solitario (2008, Manni, pagg. 310, Euro 17,00), l’ultimo romanzo di Cosimo Argentina, (Taranto, 1963). Rovesciando il canone del bildungsroman Argentina colpisce allo stomaco il lettore con un crudele romanzo di (de)formazione che annovera in sé elementi che vanno dal noir al grottesco, all’horror passando per la denuncia sociale. Mas – l’acronimo è dell’autore – è un volo a vite, una progressiva dissoluzione nel buco nero di una vita sorta sotto l’egida della sconfitta – e non è un caso la dedica “agli insicuri e agli indifesi”, posta a epigrafe di un’opera che a ben guardare parla esclusivamente la lingua ciancicata dei perdenti, carnefici o vittime che siano.
La polpa di questa vicenda è quella decennale, dai venti ai trent’anni, di Dànilo Colombia, protagonista del romanzo, al quale sarebbe di certo andato stretto l’assunto aristotelico per cui “l’uomo è un animale sociale”. Colombia è quanto di più distante da un filosofo, ancorché misantropo; la sua visione della vita non è un prodotto del pensiero ma dei suoi visceri, e il suo modello di riferimento è in una videocassetta guardata e riguardata con ossessione: "Era la storia di Kuma e del suo branco. Questi cani lupo che correvano tra i ghiacciai dell’Antartide nell’inverno polare, tutti uniti nello sforzo di farcela e Kuma che invece se ne stava per conto suo fino a impazzire durante un’aurora boreale e finire in un crepaccio stritolato dai ghiacci." L’edificio narrativo di Mas conta cinque parti, corrispondenti ai cinque gironi dell’inferno personale di Colombia, catapultatosi nel mondo dalle ceneri fumiganti di una famiglia disintegrata. La prima parte racconta della vita militare a Bari – riprendendo situazioni contigue a quelle presentate nel romanzo d’esordio, Il cadetto (Marsilio) –, ovvero una ricognizione al ground zero delle miserie umane, tra prevaricazioni di ogni tipo, ufficiali rabbiosi, una Edwige Fenech dei poveri, marpione avvizzite e turpi umiliazioni sessuali ai danni dei più deboli. E’ di questo periodo l’esperienza cruciale dell’amore di Dànilo per Sara, una ragazzina che morirà suicida senza un perché, sorta di Beatrice che attraversa il romanzo come uno spirito guida, ideale di bellezza e purezza vagheggiato ma irraggiungibile, capitano degli Invisibili, i numi tutelari che popolano la solitudine disperata del protagonista, gli angoli bui e silenziosi della sua abitazione. Nella seconda parte Colombia fugge al nord, dove trova lavoro in una fabbrica di tonno in scatola, in una delirante realtà operaia attorno alla quale ruotano figure di morti viventi, incatenati senza speranza di riscatto ai riti e ai ritmi meccanici della catena di produzione, dove il Male alligna tra i capi reparto, sciacalli che ora si chiamano Corve – ma a ben guardare il maligno evocato dai nomi, con un gusto quasi medievale, è un anagramma sinistro che permea il romanzo e recita Corva, Vorca o Corvo a seconda delle sue personificazioni. Qui il nostro non esiterà a ingraziarsi i favori di una sessantenne sfiorita, Maria, e a condurla in un graduale, degradante crescendo di violenza e sopraffazione. I numerosi atti sessuali contenuti in questo libro comunicano al lettore metafore di morte e disfacimento, con uno sguardo autoptico, impietoso, che non perdona l’accartocciarsi della pelle, il greve collasso delle carni, l’urgenza di soddisfare brame aberranti. Così è la descrizione della madre di Dànilo, figura patetica di donna sul viale del tramonto, ma è in generale una fisicità malata quella messa in scena per questi memorabili ritratti di donne avanti con l’età (la madre, Maria, la signorina Rotunno ecc…), funerea e perturbante, a metà tra le ossute stilizzazioni di Egon Schiele e i dipinti gremiti di umana, debordante bestialità di Goya. Nella terza parte Dànilo fa dietrofront e ritorna nella poltiglia di Taranto, vera città-feticcio, cupa, notturna e maleolente, quasi sempre fradicia al termine di spaventosi acquazzoni. Colombia non sa fuggire, non può. Per la città prova un sentimento d’amore impastato con la nostalgia della lontananza, e il desiderio di tornare è imparentato con un vago senso di protezione, o la consapevolezza latente di una implacabile legge naturale verghiana: Così come il polipo è tra gli scogli che deve stare io era a Taranto che dovevo vivere. In qualunque altro posto non c’entravo niente. (…) Mi sentivo uno che doveva risalire tutti i fiumi mekong della terra ma una era la foce cui arrivare: Taranto.
Taranto incarna tutto il disagio del Sud, con la presenza cupa e terribile della Mafia ammanicata alla politica, delle zaffate cancrenose dell’Ilva che qui – nello scorcio di fine anni Ottanta – ha ancora il sinistro nome di Italsider. L’autore ha lavorato con consumata abilità a un impasto linguistico corrosivo, intingendo la penna nel fiele: la scrittura è densa e grumosa, gergale e zeppa di meridionalismi, uno per tutti il frequente intercalare espresso dalla locuzione “fa che” al posto di “come se”. Ridondanti alcuni passaggi, ma Argentina è scrittore che divide: lo si può idolatrare o detestare, non credo ci siano vie di mezzo. La scrittura in prima persona restituisce al lettore tutta la gamma delle emozioni e del pensiero idiosincrasico e lucido fino alla vertigine – ma il baratro è quello della follia e dell’autodistruzione – di Dànilo Colombia, dello spingere al limite estremo i principi del suo agire, accettandone senza riserve le conseguenze. Diverrà, nella quarta parte, un piccolo avvocato al soldo della criminalità locale, eroe tragicomico la cui caduta rovinosa si compirà in uno scenario da grand guignol, in un lago di sangue, tra belve feroci e varie mutilazioni. Nella parte finale il climax del romanzo fa impennare la colonnina di mercurio del termometro: è una specie di apocalisse privata, in crescendo, apparentemente senza senso, come un dramma beckettiano uscito dalla penna di un Henry Miller o di un Céline, apologo della solitudine più nera e della disfatta sociale, ricognizione lisergica nella dantesca città dolente per questa prova, forse la più matura e importante, per questo straordinario affabulatore che centra il bersaglio di restituirci un ritratto pregnante di una certa contemporaneità, di quella presa sul reale che molti critici ritengono smarrita dagli scrittori odierni. Lo fa, Argentina, con una scrittura iperrealista, piegando ai limiti della presa diretta, come per media più duttili (cinema, musica, fumetto), lo strumento narrativo; lo fa dal suo osservatorio appartato in Brianza, svincolato dalle logiche delle grandi case editoriali – e qui un plauso a Manni per aver pubblicato un libro che altri più miopi hanno rifiutato -; lo fa ponendosi in ascolto, come “un giullare malefico che parla solo di ciò che conosce, direttamente o indirettamente” o come “dentista di se stesso”, secondo quanto affermato in recenti interviste.
Cosimo Argentina è nato a Taranto nel 1963 e vive in Brianza dal 1990 dove insegna Diritto ed Economia politica.
Ha esordito con il romanzo Il cadetto (Marsilio 1999) a cui sono seguiti, tra gli altri, Bar Blu Seves (Marsilio 2002), Cuore di cuoio (Sironi 2004) e Viaggiatori a sangue caldo (Avagliano 2005).
Riferimenti web: www.cosimoargentina.com.
Si legge bene e invoglia ad approfondire ( Lino Di Gianni )
Guido Rossa, mio padre
Anni di rimozione e omertà. Perché il sindacalista del Pci è stato ucciso dalle Brigate rosse. Dall'indagine della figlia affiorano nuove verità. di Sabina Rossa, Giovanni Fasanella edizioni Bur euro 8,80
È l'alba del 24 gennaio del 1979. Le Brigate rosse uccidono il sindacalista Guido Rossa, che aveva provato a rompere il clima di omertà che regnava nelle fabbriche intorno ai terroristi. Quasi trent'anni dopo la figlia prova acapire che cosa quel giorno è veramente successo e lo racconta in questo libro. Chi era suo padre? Nessuno aveva mai chiarito il segreto di quell'omicidio: compagni di partito, operai, magistrati, carabinieri. Ed ex brigatisti: anche coloro che parteciparono all'azione armata.
Boicotta il caso di marketing studiato a tavolino.( E' pure noioso)
Questo libro è da non comprare.E' l'ennesimo tentativo furbo di spingere un libro e farlo diventare consumo di massa.Spiace che ci si metta anche Starnone a consigliarlo.
Meglio per tutti dare la colpa a me (di Domenico Cosentino)
Fa della auto-censura una palla di carta igienica, usata e accartocciata, da lanciare verso la spazzatura come fosse un cestello di pallacanestro: ovviamente, senza mai imbroccarlo. Stiamo parlando di Domenico Cosentino, che dalla sua a volte tormentosa e a volte lussuriosa mente di scrittore underground, è nato il suo primo vero libro d’esordio, dopo due saggi che ci aveva già regalato; due pubblicazioni di cui si sente ancora l’olezzo nell’aria.
Nelle sue poesie, raccolte in “Meglio per tutti dare la colpa a me”, edito dalla GrausEditore, l’evacuazione diventa quasi una metafora religiosa per scaricare i peccati di uomo impuro nel corpo e nel pensiero, non per colpa sua, ma grazie alla società, che ricorda molto gli anni degli “incubi coprofagi” di Pasolini. Oltre a confermare però il continuo richiamo allo stile Bukowskiano, che permane il fil rouge dell’opera di Nico, in questo libretto intenso di sensazioni si trova anche il profumo delle “debolezze” sessuali del Marchese de Sade, in modo certamente più marcato di quanto non tracimi dai suoi due precedenti scritti.
L’unico neo di questa azzeccata pubblicazione è una nota di nostalgia, che avrà certamente colpito tutti coloro che si stavano abituando alla rude atmosfera creata dai libretti autoprodotti da Nico: Come unica amica un bottiglia sotto le ascelle e in Alone like a dog. Una nostalgia sincera dovuta alla mancanza di quelle pagine un po’ ruvide, dove il nastro di inchiostro dell’antica Olivetti degli anni Trenta impregnava i testi di nero e povertà. È questo l’unico neo di “Meglio per tutti dare la colpa a me”. Per il resto, va letto da chiunque desideri farsi un tuffo nell’era della letteratura degli anni Settanta, respirando però l’attualità di un incubo divenuto realtà ai giorni nostri...
Montagnoli è personaggio poliedrico: dominus del sito www.arteinsieme.net, è riuscito a coagulare attorno a sé poeti e scrittori interessanti che bazzicano il sottobosco della piccola e media editoria, contribuendo in maniera cospicua alla diffusione dei loro lavori, svolgendo un servizio appassionato, dettagliato e competente di trasmissione di informazioni, recensioni, estratti, interviste con autori, editori e editor che potrebbe esser preso seriamente a campione - dagli studiosi delle strategie di comunicazione - della trasversalità del web e delle sue infinite risorse in ambito di diffusione letteraria e culturale. Ma Renzo Montagnoli non finisce qui: è scrittore di racconti, apprezzabile fotografo e poeta della natura e della memoria, dalla voce difficile da eludere.
I 22 Canti che compongono la silloge esprimono un concept omogeneo, quasi programmatico nel porre l’accento sui valori fondamentali che contraddistinguono una civiltà che possa ancora dirsi tale. Non a caso l’interesse di Montagnoli per il mondo dei Celti si rivolge a precise loro caratteristiche, come i valori della comunità, della famiglia, a un contatto animistico con la natura – i celebri boschi celtici. Caratteristiche che il mondo odierno sembra aver perduto, nel dilagante consumismo, nella ricerca esclusiva del profitto, nella costruzione di paradisi artificiali, nello snaturamento dei valori più veri e di quelle conquiste della mente e dello spirito in grado di far progredire realmente la collettività. La soluzione, auspicata da Montagnoli in questa raccolta, è quella del ritiro nel sogno di un tempo arcaico, dal quale trarre nuova linfa vitale.
Il linguaggio dei Canti celtici è elegante e sorvegliato, ma senza artifici. La scrittura è piana e diretta, va al nocciolo della materia da esprimere, sollecitando le giuste corde. Sanguigna e vigorosa come solo quella di un bardo, cantore di una civiltà nobile e guerriera, sa esserlo. E il verso libero, modulato sulle assonanze ( “scorrere silente” e “rive verdeggianti”, ad esempio, neIl lungo fiume, dove i due versi che si richiamano per assonanza, separati da un verso intermedio – il fiume? Infatti c’è pure la parola acqua – sono due novenari), su una quantità sillabica variabile, con qualche rima e riprese di parole o sintagmi, rende il tutto molto musicale.In alcuni componimenti il tono è dolente e malinconico; il poeta è attento a cogliere il palpito della natura o i fenomeni che intende indagare, con delicatezza e attenzione alle sfumature, quasi per non disturbare quella “musica lieve” che “viaggia nel tempo” (Musica e polvere). In altri canti la voce cresce d’intensità, aumenta il ritmo e la concitazione; in altri è impeto, epica della battaglia, in altri ancora un ammonimento morale.
Riguardo ai temi, al termine di una lettura piacevole – come se avessi ascoltato una playlist di quella musica celtica che molto apprezzo e della quale Montagnoli è appassionato -, ora con quelle aperture ariose, trasognate, o nel ritmo serrato di una giga, tutta violini e thin wistle – qualcosa non mi tornava, non andava ad allinearsi con l’immagine che mi ero fatto di Renzo Montagnoli dalle cose che scrive e dai progetti che cura. E, metto subito le mani avanti: il problema era un certo mio smarrimento, l’incapacità di penetrazione del messaggio sotteso a questi Canti celtici.
Mi sono chiesto: come può il Montagnoli concreto dei suoi racconti, il narratore attento a compendiare nell’espressione creativa la propria esperienza di vita; di più, il Montagnoli che si è appropriato (pur appartenendo alla generazione della macchina da scrivere) così bene delle nuove tecnologie, in linea con l’evoluzione frenetica del mondo, caldeggiare una “fuga” nell’irrazionale, un sottrarsi alla volgarità e allo squallore del nostro tempo per rifugiarsi in un sogno e rievocare i fasti di un’antica civiltà?
Non avevo impostato correttamente la questione: Montagnoli è incline a perseguire il suo obiettivo sperimentando, con modi imprevisti, “con quell’unica meta/che sfugge a ogni logica” (Cocci). E a una più attenta analisi quel mondo celtico non è un mondo-altro, bensì è un altro dei topoi dell’immaginazione, un luogo nel quale la voce del bardo – che rivela il suo spirito e parla per esso attraverso i Canti – invita il lettore a riappropriarsi del suo passato, per scongiurare in qualche modo quei “posteri già nati senza memoria” (Musica e polvere) o “l’immagine di un’umanità senza sogni, senza memoria e senza futuro” (Il lungo fiume), per non passare senza “lasciar traccia” (Il futuro nel passato), ultimo approdo che l’artista si prefigge. E l’imperativo etico è quello di un recupero dei valori più fondanti: la bellezza e l’amore, la comunità, un riguadagnato equilibrio con la natura e l’ambiente in cui viviamo. Questo il messaggio concreto e attuale dei Canti celtici.
Ma c’è anche un ulteriore livello di lettura, più intimo, che riguarda l’esistenzialità dell’uomo Montagnoli, il rapporto interlocutorio che la sua poesia intrattiene con le forze che regolano l’universo. Da questa prospettiva, a ben guardarli, questi Canti celtici sono una vocazione all’assoluto. Alcuni dei canti rivelano questa attitudine fin dal titolo: Eternità, Il testamento, Il futuro nel passato, ma sarebbe interessante ripercorrere l’intero poema avanti e indietro, o zigzagando, cercando prove che convalidino questa ipotesi: “in quella immobilità del tempo” (Guerrieri sull’acqua); “lo scandire di Crono in un’unica infinita storia dell’umanità”(I segni del tempo); “la compagnia per l’eternità” (In memoria di un bimbo); “(…) per il breve tragitto/che ci condurrà alla casa del tempo infinito” (In mezzo scorre il fiume); “e vogliono correre verso il nulla” (Il mormorio del vento); “in un eterno istante” e “Pascoli del cielo infiniti” (I pascoli del cielo); “riscopre la continuità/infinita,/tra passato e futuro.” – dove l’aggettivo infinita costituisce da solo un verso – (Cocci); “uno sconosciuto riemerso dall’eternità” (Il testamento).
Sia che il paesaggio sia ravvivato dalla luce o avvolto da umide nebbie, l’immersione dello spirito è totale. E’ un nuovo paganesimo che mette in comunione con le cose, come se fosse l’esito di un rito antico, o l’estremo tentativo di comprendere le leggi che regolano il creato, quel “(…) mondo che è profondo in noi,/e che scompare nel volger di un attimo” (Guerrieri sull’acqua), enigma insondabile e meraviglioso, sospensione del moto, tregua agli affanni, un istante prima che la realtà ritorni e il sogno si nasconda “fino alla prossima alba” (Canto celtico).
Renzo Montagnolinasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN).Ha vinto con la poesia Senza tempo il premio Alois Braga edizione 2006 e con il racconto I silenzi sospesi il Concorso LesNouvelles edizione 2006.Sue poesie e racconti sono pubblicati sulle riviste Isola Nera, Prospektiva e Writers Magazine Italia, oltre a essere presenti in antologie collettive e in e-book.È il dominus del sito culturale Arteinsieme (http://www.arteinsieme.net/).Blog: http://armoniadelleparole.splinder.com/
Ian McEwan, Chesil Beach, Einaudi Traduzione di Susanna Basso. Pp. 136, Euro 15,50
Ancora un salto nel passato, sia pure non lontanissimo dell'inizio degli anni Sessanta, per il nuovo romanzo di Ian McEwan. Edward e Florence sono due giovani ventenni inglesi, lei è una musicista, lui sogna di fare lo storico. L'innamoramento porta al matrimonio e alla prima loro notte di nozze, dove li troviamo all'inizio del romanzo. Chesil Beach è la storia di un fallimento sessuale (i due giovani sono entrambi vergini) che origina un fallimento lungo una vita intera. Ian McEwan sembra dirci che la storia dei due sposi poteva avere un ben diverso esito se solo si fossero conosciuti qualche mese più tardi, quando il vento della rivoluzione sessuale avrebbe portato un po' più di libertà e molto meno pudore e paura di deludere l'altro. L'amore prima dei Beatles.
Bello, veloce, affascinante: potrebbe essere scelto dalle scuole di scrittura
come modello riuscito di un racconto lungo.
Difetto: 135 pagine scitte grandi, per 15,50 euro
50 di bocca il vizio della notte (Giraldi editore, 2007, pagg. 127, Euro 12,50) è l’ultima fatica narrativa dello scrittore vicentino Ausilio Bertoli. Sociologo di formazione, Bertoli ha al suo attivo vari libri, da Il veggente di Bovo (Solfanelli, 1991), passando per Amore per ipotesi (Campanotto, 1994), Ricerche amorose (Campanotto, 1998), fino ad approdare al più recente – un saggio – i temi della comunicazione (Lupetti & Co., 2004). La sua produzione narrativa ha il comune denominatore tematico di offrirci degli squisiti ritratti di personaggi veneti,cesellati al bulino (Gente tagliata è, guarda caso, il titolo di una felice silloge di racconti, Edizioni del Leone, 1996), profondamente radicati nella loro terra, colti nello smarrimento, nel disagio del passaggio brusco – e non certo indolore – da un retroterra rurale al confronto-scontro con i nuovi stili di vita della società urbana e con quel celebre, dibattuto e controverso miracolo socio-economico che va sotto la denominazione di Nordest.
50 di bocca il vizio della notte è il prodotto collaterale di un vasto progetto di ricerca, attinente alla sociologia della devianza, ma per sbaragliare il campo da equivoci ribadisco che si tratta di narrativa “pura” e non di romanzo-documento nella sua propria accezione del termine. Bertoli disponeva di materiale interessante; la sua formazione di sociologo gli ha conferito la competenza adeguata, professionale, a svolgere interviste e rilievi “sul posto” – mettendo pure a repentaglio la sua incolumità – ma non troverete nulla di tutto questo nel libro. Lo scrittore Bertoli ha optato per la forma romanzo – o racconto lungo in questo caso, senza partizione in capitoli bensì in scene – cercando di mantenere lucido e disincantato lo sguardo dell’esperienza, chiudendo le porte alla sociologia e a tentazioni di giudizio etico e morale su quanto esperito. L’ammirevole intuizione dell’autore, in 50 di bocca il vizio della notte è stata quella di aderire tecnicamente al punto di vista di Basilio Bossio, il protagonista del libro, “lucciolomane” impenitente, fautore dell’adescamento compulsivo, puerile nella sua sdilinquita predilezione per la bellezza delle passeggiatrici dell’Europa dell’Est, quanto perturbante e suo malgrado pericoloso nel perseguire a ogni costo le sue ossessioni.
Le location principali di questo libro sono le strade, in special modo quelle riconoscibili di alcune città come Vicenza e Padova: Basilio le percorre preda delle sue voglie, impacciato, terrorizzato dalla eventualità di essere scoperto, di mettere a repentaglio la sua reputazione di irreprensibile promotore finanziario. Per salvaguardare la sua “doppia vita” mente spudoratamente, risoluto a non farsi coinvolgere dalle prostitute che avvicina e dalle loro vicende personali, neanche con la scaltra Chata, la ragazza praghese dall’italiano un po’ posticcio, che cerca di irretirlo per conquistarsi un posto nel suo cuore: “(…) Tu sei buono, altruista e per bene, lo ti si legge sulla fronte. Sei speciale, ecco. Ho accettato di salire nella macchina tua, senza esitazioni, e senza parlare di cifre, con questa speranza. (…) tra noi c’è feeling, c’è…” Ma Bossio è comunque rapito, estasiato da queste esponenti del gentil sesso come “ (…) di fronte alle sculture di Donatello o del Sansovino nella basilica del Santo”; il suo è un amore ideale, mitizzato, un palliativo rimedio alla decadenza del corpo e dello spirito. Bossio aveva sempre sognato di amare ragazze splendide, dalle vecchie compagne di scuola alle colleghe di lavoro, alle clienti, immedesimandosi nei loro amanti. Di loro adora la giovinezza e la spregiudicatezza, il senso di avventura che lo scuote come un brivido, anestetizzando il senso latente di essere un fallito, “una scartina”, come la moglie si diverte a canzonarlo. “(…) Magro impiccato, esonerato dal servizio militare per scarsità toracica; il pollice e l’indice della mano sinistra tranciati, da bambino, da una fresa della falegnameria dello zio”. Ed è proprio da questa moglie ricca e autoritaria, sposata per interesse, che Basilio cerca di fuggire, quando può, rifugiandosi nel vizio. Bossio è per certi versi atipico nella misura in cui non vede le “lucciole” come prede da rapinare o stuprare – scaricando su di loro frustrazioni e nevrosi – bensì come depositarie di un amore da procacciarsi col denaro; ma è anche e soprattutto un personaggio tipicamente veneto nell’incarnare un certo perbenismo, un candore disarmante che ce lo rende simpatico; caratteristiche, queste, che alla prima occasione, con altrettanta nonchalance, lo indurranno a macchiarsi di nefandezze, ordendo una burla grottesca ai danni di un altro lucciolomane.
Ci riesce difficile non pensare per analogia a un corrispettivo cinematografico nel film di Pietro GermiSignore e signori, con quel Veneto di ieri sullo sfondo, i tradimenti, la libertà di non sottostare al giogo delle direttive dei parroci. Ma più che un fondo di religiosità cristiana, di cui il Veneto è ancora permeato e che costituisce l’alveo, o uno degli alvei sui quali giace l’humus veneto, è qui più illuminante rifarsi alle considerazioni di Eugenio Turri* in un suo articolo, L’anima del paesaggio veneto, a quel contatto primigenio del veneto con la propria terra, a quella forma di paganesimo come religiosità legata alla terra nativa, al culto delle divinità locali. Scrive Turri: “Culti pagani (il culto della buona cantina, della selvaggina catturata nei roccoli, delle verdure e della frutta dei broli, più tanti altri vizi) soprattutto quelli dei signori, che hanno lasciato retaggi nell’intero Veneto: se si concedevano tutti i lussi loro perché mai il povero contadino non poteva fare altrettanto?”
Del resto la pittura veneta è piena di queste feste mondane, di scene mitologiche presso boschi e fonti, dove si celano le ninfe. E Basilio Bossio è un satiro aggiornato al miracolo economico, al malinteso che il denaro possa comprare tutto: il benessere personale come la dignità sociale, perdendo cammin facendo il piacere del gioco e quell’immunità inconsapevole di potersi collocare al di là del bene e del male.
*Geografo del Politecnico di Milano. L’articolo citato è ospitato in Il grigio oltre le siepi, geografie smarrite e racconti del disagio in veneto a cura di Francesco Vallerani e Mauro Varotto (dossier nuova dimensione, 2005)
Giuseppe Ausilio Bertoli è nato a Grumolo delle Abbadesse (Vicenza). Ha scritto vari libri: Il veggente di Bovo (Solfanelli, 1991) Amore per ipotesi (Campanotto, 1994), Gente tagliata (Ed. del Leone, 1996), Ricerche amorose (Campanotto, 1998), Giostra mentale (Manni, 2001), il romanzo e-book Amore di banca e il saggio I temi della comunicazione (Lupetti, 2004).
Oltre che narratore è anche sociologo della comunicazione e pubblicista. E’ stato finalista ai Premi letterari Piero Chiara, Batocchi Città di Piombino, Bergamo e Insula Romana.
Giuseppe Ausilio Bertoli sarà presente il prossimo 23 novembre a villa Lattes (Vicenza) per presentare il suo libro. Maggiori informazioni qui.
Questo mio articolo è già apparso
sul del settimanale ticinese e viene qui approfondito con l'ampliamento della recensione
Presente anche la Svizzera italiana
«Il bene tolto» di Giusi D’Urso apre la rassegna
Libri, editori e autori al Pisa Book Festival
di Manuela Mazzi
«La piccola editoria ti conquisterà». Questo lo slogan del Pisa Book Festival svoltosi l’ultimo finesettimana di ottobre nella città della torre pendente. E tra i «conquistatori» c’era anche la Svizzera italiana. Giunta alla quinta edizione, la fiera quest’anno ha infatti eletto quale proprio ospite la Società Editori della Svizzera Italiana (SESI), nell’ambito del progetto «Paese ospite: una finestra sull’Europa».
La manifestazione, di fatto, ha permesso alla rappresentanza dell’editoria ticinese di far conoscere i propri prodotti, ma anche di presentare il nostro territorio da un punto di vista culturale attraverso temi importanti, come la cultura etica della malattia e della cura, l’italianità all’interno di un federalismo linguistico, l’essere un crocevia mediatico, l’integrazione e l’apertura che nascerà con AlpTransit, e altro ancora.
Alla SESI è stato riservato un intenso programma, tra presentazioni e conferenze, che ha visto impegnati autori, editori, giornalisti, dottori e diversi altri relatori noti nel nostro cantone come: Sandro Bianconi, Chiara Orelli Vassere, Claudia Quadri, Roberto Malacrida e Graziano Martignoni, Pierre Lepori e Francesco Biamonte, Fabrizio e Michele Fazioli, e poi ancora Marco Borradori, Piero Martinoli, Carlo Ossola, Alberto Galla, Tania Giudicetti-Lovaldi e Pietro De Marchi.
Oltre ai diversi incontri la Svizzera italiana è stata presente durante tutti i tre giorni della fiera grazie a uno stand collettivo che esponeva i prodotti dei vari editori locali.
Non sarebbe però un articolo completo separlando di una fiera letteraria non si citasse almeno un libro meritevole. Ebbene una nota di rilievo va quindi alla presentazione dell’opera che ha avuto l’onore di dare il via al Festival letterario, in concomitanza con altre tre conferenze di cui un seminario, un convegno e un incontro d’autore. Stiamo parlando de «Il bene tolto», romanzo d’esordio della pisana Giusi D’Urso (www.giusidurso.com) appena uscito per le Edizioni Progetto Cultura. In un centinaio di pagine l’autrice ha saputo trattare con straordinaria capacità narrativa un tema delicato come quello della violenza sulle donne e dei rapporti con gli uomini dopo la violenza subita. La scelta del comitato organizzativo di mettere in risalto quest’opera, è stata dettata, oltre che dal valore letterario riconosciutole da subito, anche per sottolineare l’edizione 2007 che coincide con l’anno europeo delle pari opportunità per tutti.
Un libro che dovrebbe venir letto, più che dalle donne che vi si riconosceranno, dagli uomini che desiderano capire e sfogliare pensieri femminili spesso «segreti», o taciuti per mancanza di comprensione da parte del compagno. Una storia che scioglie alcuni nodi della memoria della protagonista, la quale ricompone nel libro la propria storia attraverso forti emozioni.
...continuazione della recensione del libro "Il bene tolto" di Giusi d'Urso
Ho parlato di forti emozioni, sì, perché il libro di Giusi D’Urso è un cofanetto di ricordi vivi, una tormenta di flash back che attanaglia i pensieri di una donna dagli occhi color nocciola intenso, sdraiata sul divano e vestita solo dalla morbidezza di una vestaglia di ciniglia, che non riesce però a smussare la rudezza degli spigoli di un passato ingombrante. Come accade alla protagonista lo stesso capita al lettore che inizia a sfogliare con gli occhi “Il bene tolto” della scrittrice pisana: in un turbinio di salti nel passato, in poche ore, si viene attirati al centro del vortice di sensazioni a volte spensierate, spesso ingestibili, sempre indelebili, fino ad arrivare nelle pagine più oscure e travolgenti dove, a quel punto, nessun lettore potrà voltare lo sguardo per non vedere... Perché il grido di sofferenza scaturito da un bene tolto con la forza riecheggia per anni, a volte per sempre, nel cuore di una donna, sebbene troppo spesso venga soffocato e strozzato nella gola di coloro che vorrebbero liberarsene, ma che non ci riescono: forse perché non è facile farlo, e neppure trovare un ascoltatore in grado di capire...
La scrittura di GiusiD’Urso, pur trattandosi di un argomento così grave, non cade mai nel patetico. Piuttosto il contrario: la forza della protagonista, in tutta la sua fragilità, emerge a ogni tratto, sapendo regalare anche descrizioni incantevoli che, ripescate dallo stesso passato tormentoso, creano parentesi di calma apparente dove profumi e sapori ossigenano scampoli di pace e serenità.