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(tratti dal saggio di Daniel Pennac Come un romanzo)

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venerdì, 11 agosto 2006

categoria: libri che ho letto, letteratura sudamericana
 

I vent'anni di Luz di Elsa Osorio


I vent'anni di Luz    
Osorio Elsa


EURO 8,00
Dati    2 ed., 355 p., brossura
Anno    2005
Editore    TEA
Collana    Teadue












Viaggio in Argentina, ricordando con rabbia


«Durante la dittatura ero una militante, non nella lotta armata, ma nello schieramento di sinistra certamente sì. Ricordo la paura, quasi paranoica, che provavamo. Per i militari noi studenti, in particolare quelli di lettere e filosofia, eravamo tutti dei potenziali criminali. Mi trovavo a "ripulire" la casa con l'incubo di una perquisizione in ogni momento. Qualsiasi cosa avessero trovato poteva essere elemento d'accusa. Una volta, mentre partivo per la Francia, fui bloccata all'aeroporto perché avevo nella borsa un libro di Tolstoj. Un autore russo costituiva di per sé motivo di grave allarme».


Elsa Osorio è una scrittrice argentina non ancora cinquantenne, da qualche tempo trapiantata a Madrid. Bionda, minuta, dall'aspetto dolce e deciso insieme, ritorna con angoscia a quel periodo del suo Paese, dal '76 all'83, e prova a ripercorrerlo in parallelo con le vicende narrate nel suo nuovo romanzo, «I vent'anni di Luz». La protagonista delle prime pagine è, appunto, una studentessa comunista, Liliana, incinta del fidanzato Carlos, arrestata come sovversiva e costretta a partorire in prigionia. Nasce una bambina (Luz) e comincia a dipanarsi la complicata vicenda: mentre la madre, mandata segretamente a morte, scompare nel nulla, la piccola finisce, grazie a un repentino cambio di nome, in casa di un generale che ne fa dono alla figlia, felicemente sposata ma sterile. Sarà la bambina, poi adolescente, poi giovane donna a scoprire la verità, attraverso un drammatico itinerario che si concluderà soltanto ai nostri giorni.

«L'idea ? spiega Elsa Osorio ? m'è venuta durante uno dei miei periodici ritorni in Argentina. Stavo scrivendo un altro romanzo, ma mi fermai a riflettere sui segreti, anche terribili, che custodisce la nostra società e rimasi turbata in modo speciale dal mistero di questi ragazzi, tanti, tantissimi ragazzi, senza identità». Perché non prendere spunto dalla cronaca (o storia recente) quando offre invenzioni tanto paradossali e crudeli come quella dei figli delle vittime che diventano amorevoli e non di rado riamati figli degli aguzzini? «Questa guerra non è contro i bambini», si dicevano in tono benevolo generali e colonnelli durante il succedersi delle giunte votate a debellare «con ogni mezzo» il terrorismo, in una concezione allargata a colpire genericamente le simpatie di sinistra. Era un'assurda doppia morale, per cui le donne si uccidevano senza esitazione purché a gravidanza conclusa, ma anche il pretesto per un traffico di neonati destinato a soddisfare le famiglie senza prole di militari e poliziotti o di cittadini di sani principi. Oppure, come suggerisce la Osorio, il motivo per una piccola selezione razziale perché, in un Paese dove le sembianze europee sono più pregiate di quelle indie, a passare di mano erano quasi sempre i neonati biondi, dalla pelle liscia e dagli occhi azzurri.

I casi di figli rubati alle «desaparecidas», emersi un po' alla volta e in ritardo dopo la fine della dittatura, sono molto numerosi. Secondo l'associazione delle Nonne della Plaza de Mayo, sarebbero più di 500. E i casi documentabili, nel senso che si è scoperta traccia di nascite senza che ad esse corrispondano bambini con il giusto cognome, quasi 300. Il frutto della disperata, tenace ricerca di queste donne non più giovani, che vivono nel ricordo della tragedia familiare e vorrebbero almeno conoscere i nipoti, ha portato a una sessantina di identificazioni, alcune delle quali, le ultime, facilitate da Internet.

«L'angolo visuale del mio racconto ? interviene la scrittrice ? è però differente. In genere, le indagini sono state condotte dai parenti degli scomparsi. Nonne, nonni, zii, suoceri, cugini: adulti che si sono messi a cercare ex neonati giunti intorno ai 20 anni. Proprio nelle settimane scorse il poeta Juan Gelman, mio connazionale, è riuscito a rintracciare in Uruguay la nipote, al termine di infinite peripezie. Nel racconto, invece, è una ragazza non reclamata da nessuno che percepisce qualcosa di o scuro e tormentato nelle proprie origini e decide di intraprendere il cammino a ritroso. Con l'aiuto di altri personaggi, ravveduti dopo essere stati complici o conniventi, scelti un po' come esempio di una società che non volle vedere ma poi ha dovuto, per forza, togliersi la benda».

Una prospettiva nuova, dunque, come originale è la struttura narrativa. Pur usando materia da feuilleton (il finto padre e la madre cattiva) e dando sfogo alla sua passione politica, Elsa Osorio non scrive un romanzo d'appendice né un pamphlet, bensì una storia di sentimenti, avvincente come un giallo nel quale s'intersecano voci, tempi e scenari. Lei, che è anche sceneggiatrice cinematografica, spera di trarne un film. «Ma a patto ? conclude ? che trovi un regista disposto a evitare ogni tentazione truculenta. Niente stanza delle torture. L'Argentina ha già sofferto abbastanza nella realtà».

(Ettore Botti -Corriere della Sera)

scritto da linodigianni | 16:45 | commenti Torna sopra




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