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Mi piacerebbe molto...
... leggere qualcosa di tuo sul blog...
ma lo potrai fare solo dopo aver richiesto l'invito a partecipare, e da cui potrai recedere in qualsiasi momento
senza offesa alcuna...
...vedere il carrozzone andare ... ... e la spinta sarà fornita sopratutto delle tue recensioni, dalle tue idee...
... che le informazioni, i link vari, i consigli e gli sconsigli di lettura... ... il confronto, i commenti
  contrastanti...costituiscano per me
  l'essenza vitale.
  L'unico   requisito   che ti chiedo
    è quello di essere un lettore
1 - Il diritto di non leggere
2 - Il diritto di saltare le pagine
3 - Il diritto di non finire un libro
4 - Il diritto di rileggere
5 - Il diritto di leggere qualsiasi
      cosa
6 - Il diritto di desiderare di
      evadere dalla routine
      quotidiana
7 - Il diritto di leggere ovunque
8 - Il diritto di spizzicare
9 - Il diritto di leggere a voce alta
10-Il diritto di tacere
(tratti dal saggio di Daniel Pennac Come un romanzo)
Il blog Il Parnaso Ambulante, e tutte le sezioni ad esso collegate, non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità . Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
Videopresentazione de Guardie, ladri e tracciatori
Ok... grande imbarazzo, ma devo prendermi le mie responsabilità :-) Nel video girato da Patrick Mancini (che ringrazio molto) nel mitico nuovo telegiornale on-line zero91 presento il mio ultimo romanzo GUARDIE LADRI E TRACCIATORI... perdonatemi gli ehmmmm... e l'ultima frase: in realtà sarei sia karateka, sia tracciatrice ;-) - www.manuelamazzi.ch
Domenica 8 marzo, avrà luogo la presentazione de Un caffè a Kathmandu di e con Manuela Mazzi, nell’ambito dell’iniziativa letteraria «Aperitivo con l’autore», organizzata dall’Associazione «Fuori del comune» (www.fuoridelcomune.net)
Appuntamento alle ore 17.00
alla libreria «Il Guercino» di Cento (Fe)
in Via Campagnoli
Con la presenza anche di Andrea Menghini, di Apeiron.
Alla fine della presentazione del libro, di cui si possono trovare infomazioni, il primo capitolo, e la presentazione su pdf attraverso il seguente link http://manuelamazzi.altervista.org/index_file/Page1110.htm verrà servito un aperitivo offerto dall'associazione.
E’ un evento più unico che raro – di questi tempi – imbattersi in un libro di grande forza tematica e insieme espressiva come Maschio adulto solitario (2008, Manni, pagg. 310, Euro 17,00), l’ultimo romanzo di Cosimo Argentina, (Taranto, 1963). Rovesciando il canone del bildungsroman Argentina colpisce allo stomaco il lettore con un crudele romanzo di (de)formazione che annovera in sé elementi che vanno dal noir al grottesco, all’horror passando per la denuncia sociale. Mas – l’acronimo è dell’autore – è un volo a vite, una progressiva dissoluzione nel buco nero di una vita sorta sotto l’egida della sconfitta – e non è un caso la dedica “agli insicuri e agli indifesi”, posta a epigrafe di un’opera che a ben guardare parla esclusivamente la lingua ciancicata dei perdenti, carnefici o vittime che siano.
La polpa di questa vicenda è quella decennale, dai venti ai trent’anni, di Dànilo Colombia, protagonista del romanzo, al quale sarebbe di certo andato stretto l’assunto aristotelico per cui “l’uomo è un animale sociale”. Colombia è quanto di più distante da un filosofo, ancorché misantropo; la sua visione della vita non è un prodotto del pensiero ma dei suoi visceri, e il suo modello di riferimento è in una videocassetta guardata e riguardata con ossessione: "Era la storia di Kuma e del suo branco. Questi cani lupo che correvano tra i ghiacciai dell’Antartide nell’inverno polare, tutti uniti nello sforzo di farcela e Kuma che invece se ne stava per conto suo fino a impazzire durante un’aurora boreale e finire in un crepaccio stritolato dai ghiacci." L’edificio narrativo di Mas conta cinque parti, corrispondenti ai cinque gironi dell’inferno personale di Colombia, catapultatosi nel mondo dalle ceneri fumiganti di una famiglia disintegrata. La prima parte racconta della vita militare a Bari – riprendendo situazioni contigue a quelle presentate nel romanzo d’esordio, Il cadetto (Marsilio) –, ovvero una ricognizione al ground zero delle miserie umane, tra prevaricazioni di ogni tipo, ufficiali rabbiosi, una Edwige Fenech dei poveri, marpione avvizzite e turpi umiliazioni sessuali ai danni dei più deboli. E’ di questo periodo l’esperienza cruciale dell’amore di Dànilo per Sara, una ragazzina che morirà suicida senza un perché, sorta di Beatrice che attraversa il romanzo come uno spirito guida, ideale di bellezza e purezza vagheggiato ma irraggiungibile, capitano degli Invisibili, i numi tutelari che popolano la solitudine disperata del protagonista, gli angoli bui e silenziosi della sua abitazione. Nella seconda parte Colombia fugge al nord, dove trova lavoro in una fabbrica di tonno in scatola, in una delirante realtà operaia attorno alla quale ruotano figure di morti viventi, incatenati senza speranza di riscatto ai riti e ai ritmi meccanici della catena di produzione, dove il Male alligna tra i capi reparto, sciacalli che ora si chiamano Corve – ma a ben guardare il maligno evocato dai nomi, con un gusto quasi medievale, è un anagramma sinistro che permea il romanzo e recita Corva, Vorca o Corvo a seconda delle sue personificazioni. Qui il nostro non esiterà a ingraziarsi i favori di una sessantenne sfiorita, Maria, e a condurla in un graduale, degradante crescendo di violenza e sopraffazione. I numerosi atti sessuali contenuti in questo libro comunicano al lettore metafore di morte e disfacimento, con uno sguardo autoptico, impietoso, che non perdona l’accartocciarsi della pelle, il greve collasso delle carni, l’urgenza di soddisfare brame aberranti. Così è la descrizione della madre di Dànilo, figura patetica di donna sul viale del tramonto, ma è in generale una fisicità malata quella messa in scena per questi memorabili ritratti di donne avanti con l’età (la madre, Maria, la signorina Rotunno ecc…), funerea e perturbante, a metà tra le ossute stilizzazioni di Egon Schiele e i dipinti gremiti di umana, debordante bestialità di Goya. Nella terza parte Dànilo fa dietrofront e ritorna nella poltiglia di Taranto, vera città-feticcio, cupa, notturna e maleolente, quasi sempre fradicia al termine di spaventosi acquazzoni. Colombia non sa fuggire, non può. Per la città prova un sentimento d’amore impastato con la nostalgia della lontananza, e il desiderio di tornare è imparentato con un vago senso di protezione, o la consapevolezza latente di una implacabile legge naturale verghiana: Così come il polipo è tra gli scogli che deve stare io era a Taranto che dovevo vivere. In qualunque altro posto non c’entravo niente. (…) Mi sentivo uno che doveva risalire tutti i fiumi mekong della terra ma una era la foce cui arrivare: Taranto.
Taranto incarna tutto il disagio del Sud, con la presenza cupa e terribile della Mafia ammanicata alla politica, delle zaffate cancrenose dell’Ilva che qui – nello scorcio di fine anni Ottanta – ha ancora il sinistro nome di Italsider. L’autore ha lavorato con consumata abilità a un impasto linguistico corrosivo, intingendo la penna nel fiele: la scrittura è densa e grumosa, gergale e zeppa di meridionalismi, uno per tutti il frequente intercalare espresso dalla locuzione “fa che” al posto di “come se”. Ridondanti alcuni passaggi, ma Argentina è scrittore che divide: lo si può idolatrare o detestare, non credo ci siano vie di mezzo. La scrittura in prima persona restituisce al lettore tutta la gamma delle emozioni e del pensiero idiosincrasico e lucido fino alla vertigine – ma il baratro è quello della follia e dell’autodistruzione – di Dànilo Colombia, dello spingere al limite estremo i principi del suo agire, accettandone senza riserve le conseguenze. Diverrà, nella quarta parte, un piccolo avvocato al soldo della criminalità locale, eroe tragicomico la cui caduta rovinosa si compirà in uno scenario da grand guignol, in un lago di sangue, tra belve feroci e varie mutilazioni. Nella parte finale il climax del romanzo fa impennare la colonnina di mercurio del termometro: è una specie di apocalisse privata, in crescendo, apparentemente senza senso, come un dramma beckettiano uscito dalla penna di un Henry Miller o di un Céline, apologo della solitudine più nera e della disfatta sociale, ricognizione lisergica nella dantesca città dolente per questa prova, forse la più matura e importante, per questo straordinario affabulatore che centra il bersaglio di restituirci un ritratto pregnante di una certa contemporaneità, di quella presa sul reale che molti critici ritengono smarrita dagli scrittori odierni. Lo fa, Argentina, con una scrittura iperrealista, piegando ai limiti della presa diretta, come per media più duttili (cinema, musica, fumetto), lo strumento narrativo; lo fa dal suo osservatorio appartato in Brianza, svincolato dalle logiche delle grandi case editoriali – e qui un plauso a Manni per aver pubblicato un libro che altri più miopi hanno rifiutato -; lo fa ponendosi in ascolto, come “un giullare malefico che parla solo di ciò che conosce, direttamente o indirettamente” o come “dentista di se stesso”, secondo quanto affermato in recenti interviste.
Cosimo Argentina è nato a Taranto nel 1963 e vive in Brianza dal 1990 dove insegna Diritto ed Economia politica.
Ha esordito con il romanzo Il cadetto (Marsilio 1999) a cui sono seguiti, tra gli altri, Bar Blu Seves (Marsilio 2002), Cuore di cuoio (Sironi 2004) e Viaggiatori a sangue caldo (Avagliano 2005).
Riferimenti web: www.cosimoargentina.com.
In realtà, dovrebbe bastare il titolo del libro - «Il “caso” Cicciapetarda» - per far intuire il contenuto dello spassoso romanzo, che ha segnato l’esordio dell’ingegner Fabrizio Altieri, in veste di scrittore. Ma la “bambola scorreggiona” – perché questo è Cicciapetarda – è più che altro il pretesto che permette all’autore di proporre una panoramica simpatica e un po’ grottesca del nostro mondo. Simpatica e grottesca, perché l’autore mette in risalto alcune assurdità della società moderna con asserzioni stravaganti, quasi a sdrammatizzare momenti a volte persino drammatici, creando paradossi esilaranti con quel pizzico di humor toscano che arricchisce il testo con buffe metafore. Il “caso scandaloso”, e le sue conseguenze, della messa sul mercato della bambola “diseducativa”, almeno per alcuni personaggi del libro, permettono all’autore di dare un consiglio chiaro e schietto a tutti i lettori: “Suvvia: è ora di smetterla di prenderci troppo sul serio!!!” Il romanzo, edito dalla Società Editrice Fiorentina, si legge come un lungo racconto leggero. Dalla scrittura asciutta, lineare e diretta, è alla portata di tutti coloro che amano ancora trovare nella lettura un momento spensierato da trascorrere con il sorriso sulle labbra e, perché no, magari desidera trovare degli spunti per riuscire a vivere in chiave ironica alcuni momenti della vita un po’ meno segnati dalla fortuna. Fabrizio Altieri – simpatico e coinvolgente personaggio incontrato in un paio di occasioni durante altrettante fiere letterarie -, nel frattempo, ha pubblicato un nuovo libro. Uscito sempre per le edizioni della Società editrice Fiorentina si tratta di una raccolta di 8 racconti che trattano con ironia altrettanti temi importanti (la bellezza, la giustizia, l’imprevisto ecc). Il titolo del nuovo libro di Altieri è «Maremma safari e altri sogni»... che lascia ben sperare almeno in una sana risata da strappare alla quotidianità.
Un’operazione a cuore aperto, per descrivere le palpitazioni scaturite dalle passioni, ma anche i sussulti generati dalle delusioni e dai forti dolori. Un’allegoria di una vita sentimentale travagliata? No: una vera e propria operazione a cuore aperto… in tutti i sensi.
L’operazione è quella subita dal personaggio principale non protagonista del lungo racconto scritto dalla giovane Elisabetta Bilei, che ha racchiuso in “Caffè Valeriana Vomito Sigaretta” una storia sfregiata da incontri sbagliati; ma l’operazione è anche ciò che l’autrice fa intraprendere al suo personaggio principale, attraverso l’azione del comunicare a “cuore aperto” al proprio padre, che in quel momento si ritrova sotto i ferri, sì, ma affilati dalle parole della figlia.
Un duplice legame sotto i riflettori di una sala chirurgica in cui tagli e ricuciture non sembrano avvenire per mano dell’uomo, ma per mano di un destino già scritto e vissuto.
Nel libro di Bilei, delle Edizioni Il Foglio, è racchiusa, in una 50ina di pagine, la storia del rapporto di una vita intera non vissuta tra una figlia che ha sofferto pene troppo gravi da poter far sopportare al proprio padre. Ma in punto di morte le dinamiche cambiano… quasi come se dovessero essere le ultime parole liberatorie per entrambi la giovane protagonista trova la forza e il coraggio di raccontare tutto ciò che per troppo tempo era stato taciuto. Quasi come per suggellare, con la forza del dolore estremo, un’unione superiore mai consacrata: stesso sangue, stesso cuore, stesse vite, stesse sofferenze, per non dover più aver segreti e rinascere con un cuore nuovo.
Ma così non può essere, perché in realtà certi tormenti non si possono superare, non in vita… e allora rimane una sola soluzione...
Sensibile, gentile, appassionata e… amante della scrittura. Sto parlando di Giuliana Argenio, una nuova conoscenza blogger che, a prima vista, sembra l’anticipazione di una nuova amicizia. Nata a Padova e da due anni residente nei pressi di un lago a Trevignano Romano in provincia di Roma, Giuliana ha lavorato per gran parte della vita nel campo della moda. Ha realizzato collezioni e ha partecipato a Due Còterié a New York e a tre Pitti a Firenze. Scrive da sempre: storie, racconti, romanzi, poesie e… quest’anno ha fatto da cornice al suo “battesimo di pubblicazione”. Il suo romanzo d’esordio si intitola “Vento Rosso” e, sebbene non io abbia ancora avuto modo di sfogliarla, quest’opera è già finita nella lista dei miei prossimi libri da leggere.
Scheda romanzo
Vento Rosso L’amore, il coraggio, i pensieri, la forza.
Una donna. La provincia.
Edizioni Il Filo (collana Nuove Voci)
In sintesi: Emma che ama senza riserve, che rischia, che non si risparmia, che resiste, cade e si rialza. La passione, la bellezza, gli ideali, come principali ragioni del suo andare, del suo sentire del suo vivere intenso.
Breve l’incontro con Mauro. Mauro che si tormenta, che si distrugge perennemente in bilico tra l’alcool e la poesia, che fa della sua vita una barricata, che tramuta le sue idee in pericolose azioni.
Romanzo profondo e doloroso. Poesia, letteratura e politica fanno da sfondo e da protagonisti a questo intenso romanzo, dove l’attenzione per la parola procede di pari passo a quella per i moti, le sensazioni e i sentimenti di anime vive e coraggiose. Un inno alla forza e alla bellezza delle anime di vetro.
VENTO ROSSO
Giuliana Argenio sez VERTIGO Voci Nuove
Edizioni Il Filo-distribuito nelle librerie dal Gruppo Mursia Editore
orinini via mail - ilfilo@ordinionline.it
cod. ISBN e EAN
978-88-6185
339-3
Cosa cambia: falsi movimenti tra reportage e journal intime.
di alberto carollo
Giusto qualche sera fa ho terminato la lettura di Cosa cambia (Marsilio, pagg. 188, Euro 16,00), ultima fatica letteraria del veneziano Roberto Ferrucci, classe 1960. Ho conosciuto Ferrucci come docente di scrittura creativa all’università di Padova; avevo già avuto modo di leggere alcuni suoi precedenti lavori, come gli arguti reportage di Andate e ritorni, scorribande a Nordest (Amos edizioni, 2003) e altri interventi in quotidiani, riviste e internet. Prendendo a prestito le parole del risvolto di copertina del libro e applicandole – anziché al romanzo – al suo autore, potremmo dire che Ferrucci è tante cose: scrittore, giornalista, insegnante, cultore dell’immagine a tutto campo, catturata a mezzo foto e video, dispiegando quanto la moderna tecnologia e il web consentono, con l’intento di rappresentare e documentare insieme. Aspetti, questi, che hanno avuto un peso specifico non indifferente nella costruzione e gestazione di Cosa cambia che ritengo, a tutt’oggi (senza tema di smentite), essere il suo progetto più ambizioso e articolato.
Ferrucci era a Genova, nelle giornate che hanno ospitato il G8, nel luglio del 2001, nella doppia veste di manifestante e cronista, assillato dalla costante preoccupazione di inviare in tempo utile i suoi pezzi alle varie testate venete per le quali lavorava come free lance. Gli articoli, le foto, i video e i taccuini di appunti, nonché gli eventi vissuti sulla propria pelle costituirono allora un corpus di materiali al quale dare un’opportuna collocazione, da non esaurirsi in emozioni bruciate in pochi istanti, in parole allineate alla spicciolata, quasi “incapaci di raccontare”, nello sfilacciato della quotidianità, nel viavai frenetico di quelle ore terribili dove con inaspettata e brutale violenza veniva fatta piazza pulita di ogni garanzia personale. C’era l’imperativo interiore di metabolizzare ciò che Genova aveva espresso, cosa Genova aveva rappresentato. E premeva il bisogno di adottare dei filtri, di trovare “la giusta distanza” nei confronti della Storia, di collegare il fatto privato a quello pubblico, perché ogni evento pubblico di questa portata ha una ripercussione in ogni vicenda personale.
E allora Cosa cambia implica forse un sottinteso punto di domanda nella formulazione del titolo? No. Cosa cambia è un’affermazione; Cosa cambia testimonia cosa è cambiato dal G8 del 2001 a oggi. La memoria di Ferrucci è precisa e affilata, supportata da una tecnologia che non imbroglia come la penna o la rievocazione nostalgica del tempo perduto. Ci sono le nuvole di fumo dei gas urticanti, le manganellate, il sangue rappreso sulle pareti della scuola Diaz, le urla e gli spari, le vetrine frantumate e le auto incendiate, il panico serpeggiante nelle fila del corteo, il caldo soffocante, piazza Alimonda e lo strazio del cadavere di Carlo Giuliani. Sotto i nostri occhi di lettori sfilano sequenze di foto, .jpg numerate e così dettagliate da darci la sensazione di stare sfogliando davvero un album digitale, assieme al protagonista del romanzo. Che non è Ferrucci, anche se gli assomiglia molto. La piccola storia nella grande Storia vede infatti un cronista quarantenne che torna a Genova anni dopo il G8, alloggia in una anonima stanza d’albergo e rievoca quelle giornate febbrili. Nei suoi pensieri, alle vicende pubbliche che ben conosciamo, si mischiano le figure di tre donne: Angela, un amore “esaurito” da poco che permea il racconto di sottile malinconia, di sofferenza per un distacco di cui non ci è dato sapere gli antefatti; Magdalena, la ragazza segnata indelebilmente, nel corpo e nell’anima, dai soprusi di quei giorni; Elisa, un amore che nasce, inaspettato e sensuale, nella disperazione che regnava nelle fila del corteo dei no global.
Cosa cambia è una lettura che spiazza, all’inizio, in quanto scardina i criteri che siamo soliti assegnare al genere. E’ a tutti gli effetti un romanzo, ma convive in a convive in equilibrio col reportage d’autore e una attenta, quasi didascalica, ricostruzione storica. Il rumore di fondo della prosa, quel connettivo che tiene insieme e rende credibile il tutto, è però a mio avviso il tono da journal intime, da diario personale di questo io narrante in crisi sentimentale. Le prime pagine, in questo senso, sono una sorta di “cartina di tornasole”: il narratore/cronista tesse il suo bozzolo nella stanza 914. E’ solo, con i suoi taccuini, le foto, il powerbook, il palmare, la carta stradale di Genova. La tecnologia tornerà con insistenza, più volte, cifra di una vera e propria ossessione, come un’appendice al servizio dello sguardo, della penna e dell’anima, con il segreto timore di non “catturare” abbastanza, di non riuscire a decifrare ciò che un’esitazione, un istante di distrazione potrebbero cacciare nell’oblio.
Nella prima parte del romanzo abbonda una sintassi spezzettata, colma di virgole, di enunciati racchiusi dai trattini, di subordinate a iosa, che bene esprime questa voce meditabonda, che si scava nella memoria con l’ausilio di tutti gli indizi raccolti. Ma c’è una memoria privata e una della Storia. E come dice un personaggio del libro, la memoria non è neutra (…) è un conflitto costante. Lo smarrimento del protagonista è palpabile; all’inizio Genova è una sorta di cartolina evanescente, colma di attrattive, col sottofondo della voce di de André, paragonata a “una poltrona di velluto rosso scuro d’inverno”. Poi il paesaggio cambia, tutto diviene buio e paura. Anche il ritmo della scrittura si fa più incalzante, assecondando la violenza crescente. In queste pagine mi sono scoperto a riflettere: il punto di vista è quello privilegiato del testimone che in quei giorni, col pass della stampa, poteva entrare nella famigerata zona rossa, ma quanti reportage abbiamo già letto, da quante diverse angolazioni abbiamo visitato la Genova del G8, evento della massima sovraesposizione mediatica? Come far risultare interessante una voce che ci parli ancora di Genova 2001? Genova ha avuto il pregio di imprimere – col marchio del sangue – nell’immaginario collettivo di una generazione la potenza di un movimento socio-politico, ma come è cambiata in pochi anni quella voce? E’ forse una voce che si sta affievolendo?
Cosa cambia, viene perciò da chiedersi, alla fine della fiera? Tutto e niente. L’instabilità dei quarantenni di Ferrucci è una quasi immobilità, un falso movimento. “E qualcuno deve proprio averlo notato, il gesto di questo qui – me – in piedi in mezzo al corridoio, al momento di dover appendere il cappotto, il mio solito slittamento, quel gesto incerto, le braccia che accennano verso una direzione e poi, movimento impercettibile, vanno nell’altra”. Anche il personaggio di Elisa, compagna dei giorni di Genova, è soggetta alle stesse dinamiche: “No, non guardò nemmeno lì, il piccolo piazzale dove ci baciammo, Elisa. Eppure, passando di là, qualcosa successe. O forse mi piace pensarlo. Una specie di scarto, un movimento impercettibile del viso, una roba del genere. O forse niente. Che ne so.(…)” Il viaggio è tutto interiore, col corredo di occasioni mancate e di fallimenti sentimentali, di dolori che segnano nel tempo. Lo scrittore Ferrucci invoca per sé la disposizione morale – se mai la letteratura ha o abbia avuto bisogno di un’etica – a farsi sguardo, testimone lucido della propria epoca, di indicarci le coordinate di una possibile presa di coscienza. E’ questo a fare la differenza, a mostrare una direzione. Altre figure elaboreranno strategie politiche; l’arte “si accontenta” di cogliere risonanze intime, di non dimenticare, di accostare magari la propria voce a quella di Bono, che in quei giorni del G8, con gli U2, era a Torino per un memorabile concerto – al quale Ferrucci ci accompagna in un episodio tra i più riusciti del romanzo -: “C’è solo una lezione da imparare dalla storia, disse Bono. La violenza non ha mai ragione.”How long must we sing this song? (Per quanto tempo ancora dovremo cantare questa canzone?)
Mm, poche pagine, scritte a lettere grosse.Dodici euro,un libro deve valere, se no cerchi altro.
50 mila copie in Francia.Mm. non vuol dire.
(Ma non è un best seller di quelli che valgono niente)
Bella scrittura, bella storia, due personaggi che cominciano ad abitarti: la nonna e il Reduce.
Ho aspettato di sentirla parlare, questa scrittrice, alla Fiera del Libro, per vedere se potevo fidarmi. Si, è brava. Autentica. Ha saputo dar voce narrante a memorie che cosi son diventate persone che abbiamo incontrato.
Cercatelo, leggetelo. Poi, ditemi.(su qualche casa di libri on line fanno pure il 20% di sconto)
"Ma torniamo al suo racconto.Non smetta di immaginare.Non è matta.
Mai più creda a chi le dice questa cosa ingiusta e malvagia. Scriva" pg 119 Mal di pietre
Milena Agus è nata a Genova da genitori sardi e vive a Cagliari, dove insegna italiano e storia in un istituto superiore tecnico-professionale