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... e la spinta sarà fornita sopratutto delle tue recensioni, dalle tue idee...

... che le informazioni, i link vari,
i consigli e gli sconsigli di lettura...
... il confronto, i commenti   contrastanti...costituiscano per me
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  L'unico   requisito   che ti chiedo
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I Diritti Imperscrittibili Del Lettore

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3 - Il diritto di non finire un libro
4 - Il diritto di rileggere
5 - Il diritto di leggere qualsiasi
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6 - Il diritto di desiderare di
      evadere dalla routine
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7 - Il diritto di leggere ovunque
8 - Il diritto di spizzicare
9 - Il diritto di leggere a voce alta
10-Il diritto di tacere

(tratti dal saggio di Daniel Pennac Come un romanzo)

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post del 3 ottobre 2006



6/2 - Sei a metà - Sei autori a metà del guado
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post del 18 febbraio

Ogni giorno uno scrittore racconta il suo ultimo libro

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sabato, 21 aprile 2007

categoria: segnalazioni, viaggi, libri, interviste, scrittura, lettura, alpi, guide
 
La leggenda dei monti naviganti- Paolo Rumiz -Feltrinelli- euro 18"

Lontano dai luoghi della finzione e del frastuono, ho attraversato a volte una soglia invisibile e scoperto luoghi dello spirito: eremi. fonti, santuari, boschi millenari, a volte semplici toponimi.
Soprattutto piccole valli, orientate come antenne paraboliche verso un silenzio planetario.

In questi spazi la parola - il logos - sembra quasi riacquistare senso e rigenerarsi come in una cassa armonica.
Qui il pensiero si espande naturalmente, e naturalmente incontra il Sacro. se non altro per il bisogno fisico di superare i contrafforti che gli chiudono l'orizzonte.

Mi piace pensare che tali luoghi contengano i codici criptati - illegibili ai barbari -della resistenza all'annientamento, memorie orali antichissime dei princìpi della vita.
Senza questi invibili rifugi, probabilmente la montagna si sarebbe diversificata da te
mpo"
P. Rumiz

scritto da linodigianni | 07:38 | commenti (1) Torna sopra




lunedì, 16 aprile 2007

categoria: libri, interviste, libri che ho letto
 

Dal racconto di una Vita a quello di Un giorno perfetto: intervista a Melania G. Mazzucco.

Di Maura Murizzi

Melania Mazzucco è una delle autrici più felicemente mainstream della nostra narrativa. Dopo il successo di Vita, premiato con lo Strega nel 2003 e in arrivo al cinema per la regia di Paolo Virzì, l'abbiamo intervistata (via email) sul suo nuovo libro, Un giorno perfetto, romanzo-specchio di questi anni e di quest'Italia, e sulle urgenze, letterarie e non, che sono all'origine delle sue storie.

Com'è nata l'architettura del romanzo, l'idea di bilanciare una famiglia ricca con una famiglia monoreddito, una moglie che passa le giornate tra parrucchiere e agenzie immobiliari e un'altra che fatica ad arrivare al 27 del mese, un uomo di successo (per quanto al declino) con un poliziotto ossessionato dalla fine del suo matrimonio?

Nel mio romanzo precedente, Vita, avevo raccontato una storia lunga cent’anni – dal 1903 al 2003. In Un giorno perfetto volevo utilizzare una struttura temporale antitetica: solo ventiquattro ore. Ma in queste ventiquattro ore volevo raccontare il respiro di un’epoca - e di una città - e per fare ciò avevo bisogno di attraversare le classi sociali e le generazioni. Lo schema più semplice era quello di incrociare i destini di due famiglie che non si incontrerebbero mai se il lavoro non le legasse – se uno non lavorasse per l’altro. Il lavoro, in tutte le sue implicazioni, è uno dei nuclei di Un giorno perfetto. Così Antonio lavora per l’onorevole, e la vita dei Buonocore e quella dei Fioravanti finiscono per intrecciarsi.

Dopo il successo planetario di Vita, cosa ti ha spinto a scrivere un libro così diverso, a osare così tanto? Mentre scrivevi Un giorno perfetto, hai mai pensato alle attese dei tuoi lettori o hai assecondato solo l'urgenza di raccontare la 'tua' storia?

Sai, uno scrittore sente la mancanza dei libri che non ha ancora scritto, dei libri che da qualche parte dentro di lui aspettano di essere trovati. Non può provare nostalgia di quelli che ha compiuto, anche se gli sono riusciti. Ogni libro ne genera un altro, spesso è legato a quello che lo precede da fili sottili, impalpabili. Un giorno perfetto, in questo senso, è profondamente legato a Vita. Con quel romanzo, ho raccontato una storia italiana che attraversava un secolo – il Novecento: le vicende dei protagonisti mi hanno portato dalla grande povertà dell’Italia rurale all'apparente ricchezza di un paese che crede di essere diventato l’America, e si è fatto paese di accoglienza e di immigrazione. Era di questa Italia del Duemila – ricca ed egoista, appagata e delusa, sgretolata e confusa - che volevo scrivere, proprio del mondo in cui viviamo. Ed è Vita che mi ci ha portato. I lettori che con Vita mi hanno seguito in America – e poi nell’Italia del dopoguerra – vivono, come me, nel mondo di Un giorno perfetto, e sono certa che in questa storia di oggi possono riconoscersi: è del nostro paese, è di noi che si parla. Forse scrivere di questo era osare, ma nessuno scrittore può accontentarsi di ripetere una formula vincente: a meno che non sia un imprenditore, un venditore di parole come altri vendono prosciutti, occhiali o automobili. Io non lo sono. Preferisco mettermi in discussione, e ricominciare ogni volta daccapo.

Il tema dell'immigrazione ritorna in Un giorno perfetto come argomento di salotto sulle nazionalità delle colf: meglio le equadoregne o le rumene, meglio le cattoliche o le musulmane? Un approccio completamente diverso rispetto al racconto appassionato dell'odissea di Vita e Diamante…

La scena delle chiacchiere delle signore durante la festa di Camilla è ovviamente satirica, le banalità che dicono vanno lette in controluce. Ma mi pare che le parole di queste donne – frivole e superficiali mentre discutono di temi come razza e religione – siano esattamente quelle che riecheggiano in conversazioni simili e che ognuno di noi ha ascoltato dozzine di volte, in treno o in aereo, sull’autobus o a cena. È la trascrizione di una conversazione qualunque. Purtroppo. Nessuna di quelle donne si chiede davvero chi sia la propria domestica, quale dramma abbia affrontato lasciando i propri bambini al suo paese, separandosi dal marito per guadagnarsi la vita, quali difficoltà di lingua, abitudini, cultura, abbia trovato. Vita raccontava proprio questo, ma dall’altra parte: con la prospettiva di chi è dovuto partire, di chi ha lasciato il proprio paese, gli affetti, la lingua, la storia, l’identità. La differenza sta nel rovesciamento culturale e sociale che ha subito l’Italia in questi cento anni: i migranti di ieri sono i nonni e i genitori delle signore del salotto di Un giorno perfetto.

Pur raccontando una sola giornata, il tuo libro ha il respiro di un affresco storico, di un film che ho amato molto come La meglio gioventù. Tu hai corso un rischio in più, che è quello di raccontare l'oggi, il contemporaneo. È stato più facile o più difficile, rispetto ad esempio alla stesura di Vita?

Credo che la ‘firma’ di uno scrittore non stia tanto nel soggetto che racconta quanto nel modo in cui lo fa. Le storie, in fondo, sono sempre le stesse. Ciò che costituisce il nostro segno, ciò che ci rivela, è lo sguardo che dedichiamo alle persone, ai paesaggi, alle idee e alle cose. Il mio, credo, è sempre lo stesso – sia che racconti dell’America del primo Novecento sia che racconti della Roma del 2001. Mi riconosco nella parola ‘affresco’: ci ritrovo il respiro narrativo delle mie storie, i molti personaggi, i molti piani, la simultaneità del tempo e così via. È ugualmente difficile costruire dei personaggi che restino nella memoria, dei dialoghi veri, un mondo che abbia la sua coerenza e la sua necessità. Nel caso di un romanzo contemporaneo c’è forse una difficoltà in più. Quando uno scrittore scrive - che ne so - della Londra vittoriana, il lettore si fida della sua descrizione. Si affida al mondo narrativo che gli viene raccontato. Quando lo scrittore scrive invece di oggi, non può confidare sulla ‘sospensione dell’incredulità’ – perché il mondo narrativo che evoca è lo stesso del lettore, e il lettore può abbandonarti se ciò che gli racconti non è vero, se non sei credibile. In un certo senso, giochi con lui ad armi pari, in un corpo a corpo che vi vede entrambi disarmati: e questa è una sfida che uno scrittore non può eludere, e che mi è piaciuto accogliere.

Qualche tuo amico o conoscente si è riconosciuto nelle storie o nei personaggi che racconti? La vita quotidiana di Maja, i timori di Elio, le alienazioni del lavoro in un call center sono troppo realistici per non essere veri…

Nessuno dei personaggi di Un giorno perfetto ha un modello reale. Sono tutti personaggi inventati. Però ho lavorato molto ‘dal vero’ - dall’interno degli ambienti rappresentati. Invece di documentarmi in archivio o in biblioteca, ho proceduto come se dovessi scrivere un reportage, o interpretare una parte secondo il Metodo - immergendomi di volta in volta nella professione dei poliziotti, dei politici, delle telefoniste, passando del tempo con loro, entrando nelle stazioni dei carabinieri, ascoltando i comizi e così via. Ho pensato che come un lettore non sapeva com’era la pensione di un emigrato italiano a New York nel 1903, così in fondo non è mai stato a un comizio politico in periferia, nell’open space di un call center, a farsi un piercing al capezzolo, e ho provato a portarcelo col mio racconto. E’ vero che molti si sono riconosciuti nei personaggi del romanzo. La cosa più bella però me l’hanno detta lettori che non conosco, e perciò non potevano essere miei ‘modelli’: Emma sono io, Valentina è mia figlia, io sono stato Aris a vent’anni - e così via. Per me, è stato come sapere di aver colto una verità che va al di là dell’esistenza di una singola persona.

Un romanzo che per certi versi assomiglia al tuo è La bestia nel cuore di Cristina Comencini. Anche lì la famiglia è tutt'altro che "il luogo che fa spuntare le ali ai sogni". È un romanzo che hai letto? Che rapporto hai con gli scrittori contemporanei, in particolare romani? Esiste un gruppo che riflette e produce sugli stessi temi, oppure preferisci restare estranea a queste 'associazioni di categoria'?

Non so se anche a Roma esiste un gruppo coeso di scrittori che condividono un progetto letterario – forse sì, ma non ne faccio parte. Qualche occasione di incontro e scambio ce l’ha offerta la Casa delle Letterature, e anche la redazione romana de La Repubblica, che ha coinvolto una trentina di scrittori che vivono a Roma (qualche nome, Giartosio, Guarnieri, Picca, Trevi), in progetti collettivi - come la narrazione dei quartieri di Roma. Abbiamo fatto dei reading insieme, coinvolgendo la città in un modo quasi impensabile per un singolo. Mi piacciono i progetti collettivi, e vi partecipo quando posso, ma sento che non ci tengono insieme esperienze condivise. Anche in letteratura, ognuno segue la propria strada. A volte i percorsi si incrociano, più spesso no. Siamo una generazione dispersa. Ci aggreghiamo volentieri, poi scompariamo – e ci ritroviamo alla fine solo leggendoci.

Uno dei temi che nel libro è solo accennato ma è molto importante è il potere, in qualche caso taumaturgico, della televisione. Se il caso di Antonio ed Emma finisse a Stranamore o a C'è posta per te, credi che il finale sarebbe diverso?

Decisamente sì, e questo è qualcosa di abbastanza sconvolgente. La gente come Emma e Antonio (o, nel caso di un romanzo come Vita, la gente come Vita e Diamante) finisce sul giornale solo quando viene ammazzata. Diventa interessante solo da morta. La televisione, invece, trova interessante anche la gente viva – perché la cannibalizza. La ‘mette in scena’ (nei reality show, nei talk show efferati e via dicendo) perché presuppone che nella sua storia e nel suo comportamento il presunto telespettatore medio può riconoscersi. La televisione è diventata un camera di decompressione dei conflitti (personali e sociali), un limbo che depotenzia ogni impulso e ogni follia, proprio perché lo disvela. Olimpia crede che se la figlia andasse in televisione a fare un appello all’ex-marito, tutti loro sarebbero in salvo. E credo che abbia ragione: la televisione è una paradossale salvezza (c’è chi muore, oggi, perché NON è riuscito ad andare in televisione: si uccide per questo).

scritto da linodigianni | 11:44 | commenti Torna sopra




sabato, 17 marzo 2007

categoria: libri, interviste, bloggerscrittori, libri che ho letto
 
Come unica amica un bottiglia sotto le ascelle (Domenico Cosentino)

Indubbiamente di matrice bukowskiana, Cosentino Domenico ha trasformato un’ispirazione letteraria nella propria espressione di scrittura: reale più che creativa. Sembra di vederle battere con violenta intenzione, quelle lettere caratteristiche della mitica Olivetti degli anni Trenta. Caratteri impressi con stanca energia su una carta un po’ ruvida, dopo una delle tante notti brave, a lasciare un segno forte ma imperfetto, come l’impronta delle vite raccontate nel libretto intitolato “Come unica amica una bottiglia sotto le ascelle”. Vite derelitte alla deriva di vizi portati all’estremo da “allegri beoni falliti”, come allo stesso autore piace descrivere i propri personaggi. Ma falliti più che per assenza di capacità, per la mancanza di occasioni, difficili da trovare in una Napoli vista dalla parte interna di una sporca finestra di un appartamento delle case popolari. Un sud dei giorni nostri messo talvolta a confronto con i bassifondi di una little Italy newyorkese degli anni Cinquanta.

Aiutato dal nastro di inchiostro dell’antica macchina per scrivere, impregnato di nero e povertà, Cosentino fissa lo sguardo dove altri evitano di posarlo. La sua prosa, infatti, è carica di descrizioni scatologiche, che riproducono come fredde radiografie gesti quotidiani tra i più indecorosi: dall’ubriacarsi al vomitare, dallo scoreggiare al defecare, dal fare sesso alla violenza gratuita.

E lo fa attraverso immagini forti e non filtrate da alcuna metafora, quasi schiaffeggiando il lettore per disincantarlo e mostrargli l’altra faccia delle esistenze romanzate.

Ci vuole coraggio per descrivere certe realtà attraverso espressioni schiette e crude, e Cosentino ha dimostrato che di coraggio ne ha da vendere, dando il meglio in uno stile che forse non s’impara, bensì si vive, come Charles Bukowski insegna.  

Il libretto conta una ventina di pagine dattiloscritte e rilegate a mano e… un libro come quello autoprodotto dall’autore non poteva che venir presentato in questa veste, fosse anche stato edito da una grande casa editrice. Perché conferisce da subito quell’aria di vicoli sporchi e fondi di bottiglia, che si respira leggendo i cinque racconti di Cosentino.

"Ecco il problema di chi beve, pensai versandomi da bere. Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per far succedere qualcosa" Henry Charles Bukowski

 

L’intervista che ho avuto modo di fare all’autore è un po’ particolare perché ho voluto rigirargli le stesse domande che lui mi aveva sottoposto per primo.

Eccovela…

 

Allora parlaci qui brevemente dei tuoi lavori.

Bene, anzi male, tutto è iniziato una calda notte di 6 anni fa. Scrivo da tempo ma solo da pochi anni ho avuto il coraggio di mandare le mie "creature" in giro. Il vero imput è arrivato quando una casa editrice ha accettato un mio lavoro. È stata una notizia bellissima, ricordo che mi tremavano le gambe ed ebbi la diarrea per 5 giorni. Ma non è tutto oro quel che luccica. L’editore mi ha fatto PENare un po’, è passato un anno e ancora nulla. Così mi son detto: se vuoi veramente una cosa, lavora affinché questa possa diventare realtà. Ho preso alcuni miei vecchi scritti, li ho riuniti in “COME UNICA AMICA UNA BOTTIGLIA SOTTO LE ASCELLE” ed eccoci qui.
Tra poco autoprodurrò delle mie vecchie poesie, quelle che leggo in giro, risalgono anch’esse a 4-5 anni fa.

Una curiosità personale, come hai iniziato a scrivere? Scrivi in un momento preciso della giornata?
Ho iniziato a scrivere per sfuggire alla merda quotidiana, per costruirmi uno spazio tutto mio, (io la chiamo la mia isola deserta), ma alla fine non è una vera fuga in quanto nei miei scritti c'è la mia merda quotidiana.
un tempo pensavo che, scrivendo queste sensazioni che mi “regalavano” solo rancore e dolore, esse sarebbero rimaste impresse sulla carta e non più nella mia mente: non è vero.
Di solito scrivo il pomeriggio, dopo le 18. C’è un motivo fisico. la mattina sono impegnato o lavoro o studio, e quindi solo il pomeriggio o la notte posso dedicarmi alla scrittura. Di solito durante la giornata annoto le varie idee su un piccolo blocchetto e la sera le definisco per bene sulla mia Olivetti. scrivo a macchina perchè ho un fastidio agli occhi e non posso rimanere troppo al PC. non scrivo con la penna perchè mi rompo le palle.

Sappiamo che con la scrittura non si diventa ricchi se non con delle speciali raccomandazioni, riesci ad andare avanti con i tuoi libri? Hai altre attività?
Purtroppo io sono cocciuto e voglio continuare a dedicarmi alla scrittura. Non voglio essere uno scrittore da weekend o da “carodiario”, ovviamente per il momento soldi non ne vedo. L'unica cosa che mi fa andare avanti è sapere che anche Orwell e Miller autoproducevano le loro prime cose, che erano all’inizio morti di fame. Per campare faccio piccole cose cuoco, cameriere, apprendista in una fabbrica di lampadari, imbianchino, studente fallito, ecc ecc.

Quali libri, o meglio, quali scrittori ti hanno maggiormente influenzato?
Vorrei fare il duro e dire baby è la strada che mi ha influenzato.
In realtà sono stato folgorato dagli scritti diretti, semplici, underground di Bukowsky, Henry Miller e Gerald Lockin. da scrittori italiani come Dazieri e Calligaris e dalle scritte che leggo nei cessi delle università di Napoli.

scritto da mmazzi | 11:12 | commenti Torna sopra




lunedì, 22 gennaio 2007

categoria: interviste
 
“Parlo del caos”. Intervista a Daniel Kehlmann
Tratta da “Der Spiegel”

Signor Kehlmann, il suo romanzo La misura del mondo racconta la vita di due scienziati del diciannovesimo secolo, il naturalista Alexander von Humboldt e il matematico Carl Friederich Gauss. Quale dei suoi personaggi preferisce?
È più facile affezionarsi al mio Gauss. È un brontolone insolente; se ne infischia delle convenzioni e delle opinioni degli altri. Sia gli autori sia i lettori si identificano volentieri con i personaggi schietti; tutti vorremmo essere un po’ come Gauss – anch’io.

In realtà, però, è Humboldt il più simpatico dei due?
Esatto, lui non comprende gli uomini, ma si sforza di avvicinarsi a loro. Alla fine è Humboldt che salva il figlio di Gauss dalla prigione. Avviene quasi un transfert di paternità. Il mio Humboldt si trova nella paradossale situazione di essere molto più pieno di buona volontà di Gauss, tuttavia i lettori gli si affezionano di meno. Certo, è triste, ma come autore è proprio quello che mi prefiggevo.

Lei descrive Humboldt come un uomo solitario, che preferisce accarezzare un albero piuttosto che una donna. Non si prende un po’ troppo gioco dei suoi personaggi e li umilia eccessivamente?
Credo che proprio l’incontro con la dracena sia un momento molto serio, molto umano della sua vita. Humboldt è quasi incapace di esprimere dei sentimenti – e comunque ci riesce solo con animali e piante. Quando accarezza l’albero, pensa alla caducità della vita e si commuove come mai prima.

Lei ha mai accarezzato una dracena?
No, ma un altro albero millenario sì, in Messico. È stata un’esperienza perturbante. Ho avvertito la presenza di un essere vivente straordinariamente antico. Da allora, comprendo perché la gente considera magici questi luoghi.

Gauss invece si presenta come un misantropo che insulta in continuazione il figlio e non disdegna i bordelli. La Società Gauss si è ribellata?
Sono davvero molto felice della reazione dei matematici e degli esperti di Gauss. Hanno dimostrato grande senso dell’umorismo e comprensione per come ho presentato il loro idolo. Invece, molti conoscitori di Humboldt hanno reagito in modo completamente diverso, alcuni di loro si sono davvero offesi. Secondo me, i matematici sono poco inclini al pathos. Per loro non è un problema se uno dei loro eroi viene trattato senza pietà e ogni tanto va al bordello. Molti fan di Humboldt, al contrario, preferiscono un’immagine lirica del grande viaggiatore tedesco senza macchia.

Diversamente da Humboldt, la maggior parte dei tedeschi finora non conosceva Gauss. Il 150° anniversario della sua morte è passato completamente inosservato a causa delle celebrazioni dell’anno einsteiniano. Eppure, gli adepti lo considerano il più importante matematico dai tempi di Archimede. Senza la geometria dello spazio curvo che lui ha inaugurato, la teoria della relatività di Einstein sarebbe impensabile. Come le è venuto in mente di erigere un monumento a questo grande pensatore?
A tutt’oggi, non mi spiego come mai quasi nessuno si sia occupato prima di Gauss. Trovo che sia un uomo dal fascino straordinario. Certo, da un punto di vista narrativo, per portarlo sul podio ho dovuto dargli una piccola spinta. A onor del vero, qua e là ho dovuto manipolare un po’ la realtà.

Un romanzo su uno scienziato può non essere rigorosamente scientifico?
Quando ci si occupa di personaggi storici, si cammina sui ferri roventi. Svolgendo le ricerche si ottiene un’immagine molto chiara; e poi si inventa qualcosa per rendere questa immagine ancora più nitida.

Lo “Spiegel” le è stato d’ostacolo, quando in un servizio di copertina ha descritto Humboldt come un uomo passionale, comunicativo e mondano e non come il don Chisciotte maniaco ed eccentrico del suo romanzo?
Quando è apparso il servizio dello “Spiegel”, grazie a Dio avevo quasi terminato il mio libro. Tuttavia, è stato un elemento di disturbo per il mio processo creativo, perché l’Humboldt che presentava era del tutto diverso dal mio. Se fossi stato ancora all’inizio, forse avrei rinunciato a scrivere il libro. Ma, dopo due, tre settimane mi ero ritrovato nel mio personaggio.

Lei è uno dei pochi letterati che fanno degli scienziati i protagonisti dei loro romanzi. Si considera uno che costruisce ponti fra queste due culture?
Mi sono sempre interessato di scienze e non ho mai capito la repulsione di altri artisti. Se fossi stato più bravo in matematica, forse avrei addirittura studiato fisica; purtroppo a scuola sbagliavo sempre i calcoli. Le avventure più appassionanti dello spirito umano oggi avvengono nelle scienze.

Secondo lei, qual è la più importante scoperta scientifica contemporanea?
Non sono ancora state comprese nemmeno lontanamente tutte le implicazioni della teoria quantistica, che descrive il comportamento delle particelle nel microcosmo, secondo la quale non esiste nessuna verità oggettiva. Gli uomini non sono ancora consapevoli che in un ambito marginale del mondo è stato annullato il principio di causa e effetto.

Forse perché ha pochi riscontri con l’esperienza quotidiana. Se faccio cadere questo bicchiere sul tavolo, andrà in frantumi.
Attenzione! C’è una possibilità molto remota, che di colpo anche nel macrocosmo scatti l’effetto tunnel e che il bicchiere trafori intonso il tavolo. Forse non è ancora mai successo dal Big Ben, ma in ogni caso potrebbe accadere.

Un’interpretazione della teoria quantistica sostiene che tutto quello che può succedere, succede davvero – e se non qui, in un universo parallelo. Materiale per un nuovo romanzo?
In ogni caso, non esiste argomento più appassionante. Pochissime persone si sono già rese conto che l’annullamento del principio di causalità per noi rappresenta un’offesa ancora più profonda della teoria evoluzionistica di Charles Darwin, secondo la quale l’uomo deriva dalla scimmia.

Qual è l’offesa della meccanica quantistica?
Nel microcosmo si verifica l’esistenza di effetti senza cause. È impossibile prevedere se una disgregazione radioattiva avvenga fra un’ora o fra un anno. Ciò contraddice profondamente il nostro concetto di verità. Significa che il nostro apparato comprensivo non è in grado di capire il cosmo. Forse possiamo misurare il mondo, ma non lo comprenderemo mai veramente.

Se esistono effetti senza cause identificabili, allora non è più necessaria nemmeno una causa ultima, che in principio ha creato l’universo. Ciò vuol dire che la teoria quantistica ha abolito per sempre il dio creatore?
La teoria quantistica è una scoperta che dovrebbe far cadere tutte le religioni in una crisi profonda e spero che lo faccia. Molte persone non riescono neppure a immaginarselo.

Nel suo libro, lei descrive come Gauss immagini di presentarsi al Giudizio Universale. Vorrebbe porre un paio di domande scomode sulla fallacità di spazio e tempo. Quali domande scomode vorrebbe porre lei a Dio?
Per esempio, mi piacerebbe chiedergli: dal momento che dobbiamo morire per forza, perché prima dobbiamo anche invecchiare?

Gauss ha compiuto le sue più grandi scoperte nell’osservatorio di Gottinga, Einstein ha trovato la sua teoria della relatività quando era impiegato dell’ufficio brevetti di Berna. Come mai le teorie più rivoluzionarie spesso vengono dalla provincia?
Nelle metropoli spesso ci sono troppe distrazioni. A chi può lavorare e pensare in tutta tranquillità, vengono più spesso grandi idee. Il problema degli scienziati di oggi è che sono sempre costretti a pubblicare cose nuove.

Le scienze basate sulla matematica nel frattempo sono diventate così specializzate che perfino un novello Humboldt quasi non sarebbe in grado di comprendere i loro risultati. Se cresce il divario fra le élite scientifiche e quelle umanistiche, viene da chiedersi quale di queste due culture può e deve creare una morale cui entrambe sono tenute a sottostare.
Sì, io vedo il problema da entrambe le parti: sia se la religione dà delle direttive alla scienza, per esempio quando il governo degli Stati Uniti limita la ricerca sulle cellule staminali per motivazioni religiose; sia se, dall’altra parte, gli scienziati contribuiscono a creare armi orribili o a fare esperimenti sugli esseri umani, e lo considerano avulso dalla morale.

E, secondo lei, da dove deve arrivare l’etica che pone dei limiti a entrambe le parti?
Da Immanuel Kant. Impressiona leggere in Dostojewskij che senza Dio non esiste morale. Nella pratica, però, ciò non ci aiuta, perché le più disparate morali si richiamano a Dio. Io credo che Kant abbia ragione quando fonda Dio a partire dall’etica, e non l’etica a partire da Dio. Per me, insieme a Gauss e Einstein, Kant è un terzo provinciale tedesco che ha fatto epoca.

Nel suo romanzo c’è un incontro molto strano, ma inventato, fra un Kant ormai anziano e Gauss. Il filosofo non capisce affatto il matematico. Mentre Gauss gli spiega la sua teoria per cui lo spazio è curvo, Kant ordina delle salsicce. Una piccola vendetta contro Kant, su cui lei ha iniziato una tesi di dottorato che poi le è risultata troppo difficile?
Posso affermarlo con la coscienza pulita: no. È solo una scena tragica di un libro che parla anche di vecchiaia. Gauss non ha pubblicato le sue scoperte sulla geometria non euclidea per non esporsi all’ira e alla derisione della scuola kantiana. Per questo tra i due non avrebbe potuto avere luogo nessuna discussione. Avrei potuto inventarla. Ma mi interessava di più la tragedia umana fondata sul fatto che le persone sono esseri fisici soggetti a deperimento. Se si fosse recato a Königsberg quando era abbastanza avanti con le sue ricerche, il vero Gauss avrebbe incontrato solo un vegliardo demente e con la bava.

Il crollo delle strutture, lo strisciante aumento del disordine, ovvero ciò che nella fisica viene definito come crescita dell’entropia, non ha un ruolo importante solo nel suo ultimo libro ma anche nei precedenti.
Sì, Humboldt lo definisce una volta, espressamente, “quel rilasciamento che si dilata negli anni”. Il caos crescente nella vita dell’uomo è la trama nascosta di tutti i miei libri, della mia vita – di ogni vita.

Per questo il suo libro ha un finale un po’ deludente. Sgocciola via con la partenza per l’America del figlio di Gauss – come il calore che si disperde nel cosmo.
Ad altri lettori è piaciuto proprio questo finale. Vuol dire: nonostante l’entropia, la vita continua. Riprende anche un antico concetto secondo cui i figli prima o poi cominciano a comportarsi proprio come i genitori. E, ancora, ricorda l’America, l’immagine di un nuovo mondo ancora da misurare. “America” è in assoluto l’ultima parola del romanzo.

Ha scritto il libro in America?
No, l’ho scritto in parte sul Mare del Nord, in parte sul Mediterraneo. Per lo più è nato davvero sul mare, con la finestra aperta. È stata un’esperienza liberatoria.

Nonostante il lamento per la caducità della vita sempre sullo sfondo, qualche volta si è ritrovato a ridere?
Forse non dovrei ammetterlo; perché suona molto meglio se uno afferma di essere stato triste e serio nella fase di lavorazione. La verità però è che io stesso ho riso moltissimo mentre scrivevo il libro.
scritto da linodigianni | 17:17 | commenti Torna sopra




venerdì, 22 dicembre 2006

categoria: interviste
 

Beatrice e il Mago
Intervista con Beatrice Masini, traduttrice di Harry Potter

   
 
In attesa del quinto capitolo della saga di Harry Potter, la traduttrice Beatrice Masini ci racconta la convivenza con il maghetto. 

settembre 2003  
Il primo giorno di scuola è sempre l'inizio di una nuova avventura per Harry Potter. Secondo lei, è un po' così per tutti i bambini?
Sì. L'estate è sempre una stagione importante, si cambia, si conoscono persone nuove, si cresce, e si porta con sé tutto questo quando si riprende la scuola. Si ha anche voglia di essere diversi, speciali. Ci si vede diversi. E questo aiuta a essere un po' più spavaldi, temerari.
 
Se fosse Albus Silente cosa consiglierebbe ai piccoli "maghetti" che andranno in classe per la prima volta?
 È difficile essere saggi come Silente. Ma direi loro di guardarsi attorno, di compiere gesti gentili verso i nuovi compagni, di chiedere tutto quello che non capiscono o non sanno.
 
Una "bacchetta magica" da portare in classe il primo giorno: quale potrebbe essere?
Qualcosa di molto caro e speciale, come un pupazzo (ma piccolo, così gli altri non ti prendono in giro) da sfiorare quando si ha bisogno di un po' di conforto.
 
E invece da mamma, quale suggerimento regalerebbe alle mamme "babbane"?
Di non essere troppo babbane e sforzarsi di diventare un po' maghe: cercando di indovinare com'è andata dalle espressioni dei loro bambini invece di fare mille domande assillanti, e facendo, appunto, qualche magia buona (un pomeriggio al cinema, un giro in libreria, un invito a un amico) per addolcire il ritorno alla routine.

 E quanto conta essere autrice di libri per bambini per tradurre una saga come quella di Harry Potter?
 Conta essere autrice, più che altro. Avere scioltezza di linguaggio, capire le intenzioni dell'autore (da autore) e interpretarle correttamente, in modo rispettoso. La signora Rowling non mi sembra preoccupata di controllare la sua forma perché sia facile, da bambini. Scrive semplice, non facile.
 
Immaginiamo la sua estate in compagnia di Harry Potter. Come è andata la convivenza?
È andata tranquillamente, nel senso che cancellati i ritmi della quotidianità cittadina è stato più facile anche fare spazio a Harry Potter, senza sottrarne troppo ai miei bambini. Ho rinunciato a qualche lettura e alla mia scrittura, ma mi rifarò.
 
I suoi bambini sono gelosi del maghetto?
Tommaso, 12 anni, ha seguito qualche momento della traduzione leggendo da sopra la mia spalla, ma poi ha sempre interrotto nei momenti cruciali per non rovinarsi la sorpresa e il piacere di una lettura tutta d'un fiato a libro uscito. Invece ho sorpreso Emma, quasi 4 anni, a dire alle sue bambole con aria compunta "Mi spiace, oggi non posso proprio giocare con voi, non ho tempo, devo tradurre Harry Potter". Una bella pugnalata al cuore.
 
Qual è il suo personaggio preferito?

 Remus Lupin, ex insegnante di Difesa contro le Arti Oscure e lupo mannaro. È in apparenza tranquillo, ma umbratile, misterioso, sorprendente; e poi gentile, generoso.
 
Il passaggio o l'episodio che si è divertita di più a tradurre.
Mi diverto sempre moltissimo a tradurre i dialoghi di Hagrid, perché parla in un modo tutto suo, un po' scorretto, e mi piace cercare il registro giusto. E poi una lunghissima canzone in rima.
 
Come si fa a tradurre un incantesimo per la Difesa dalle Arti Oscure?
In genere sono termini di latino maccheronico: a volte restano tali e quali, a volte vengono latinizzate parole più eloquenti per i lettori italiani.

 Se fosse una maestra nella trasfigurazione come la Professoressa McGranitt, in quale animale le piacerebbe trasformarsi?
Non credo che ricorrerei la Trasfigurazione per trasformarmi, quella va meglio per trasformare gli oggetti in animali. Mi piacerebbe semmai essere un Animagus, un mago dotato di una sorta di identità animale parallela. E vorrei essere un cane, come Sirius Black, il padrino di Harry (magari non così ingombrante).
 
Nel nuovo libro che ha tradotto ci sono nuove avventure e quindi nuovi personaggi. Quando si traduce un nome, è più importante essere letterali o riuscire a rendere lo spirito di un personaggio? C'è libertà in questa scelta?
Non ci sono particolari vincoli: di volta in volta, si decide quali nomi sono perfetti così - per il suono, per la forma, per la trasparenza - e quali invece non dicono nulla al pubblico italiano e quindi vanno trasformati.
 
Un nome che ha "inventato" e che le ha dato particolarmente soddisfazione?
Il Grindylow, un animale fantastico delle paludi, viscido e infido, che è diventato Avvincino in italiano.
 
L'offerta di gadget ispirati al maghetto è molto varia. Se suo figlio o sua figlia volesse lo zaino di Harry Potter lei glielo comprerebbe?
I gadget di Harry Potter in genere sono orrendi. No allo zaino per meri motivi estetici; in compenso abbiamo usato a lungo, a turno io e mio figlio, la borsa nera con la scritta gialla, che era bella; possiedo il portachiavi-Boccino d'oro per le chiavi dell'auto, è stato un regalo di mio figlio; e ho provato tutti i dolci, comprese le Gelatine Tuttigusti + 1 (il problema è quel + 1, sapore di rafano, davvero disgustoso in una caramella).
 
L'ultima avventura di Harry Potter uscirà nelle librerie il 31 ottobre. Progetti per il dopo Potter?
Concentrarmi su un'idea di scrittura che covo da tempo, dandomi il tempo necessario a farla crescere. 
 Sara Dania

 Video intervista a Beatrice Masini




scritto da linodigianni | 17:48 | commenti Torna sopra




domenica, 17 dicembre 2006

categoria: interviste, libri che ho letto
 

Mondo Babonzo di Altan, Perotti e Benni
Mondo Babonzo
Museo delle creature immaginarie


192 pagg. a colori, dutch cover, 15 x 21 cm
Collana UAO: 13
ISBN 88-88716-87-4.
Consigliato dai 13 ai 99 anni
euro 13,00. In libreria: novembre 2006

PER LA PRIMA VOLTA INSIEME ALTAN, BENNI E PEROTTI

IL LIBRO
Il credibile Mondo delle Creature Immaginarie, o Mondo Babonzo, nasce dalle ricerche di due insigni scienziati: il Professor Lupoff (Lupo è il soprannome di Benni) e il Professor Altanski. I due si ritrovano per caso su un’isola, dove incontrano anche lo scultore Rossoperotto (Perotti). Dopo i primi, meno fortunati esperimenti (il Topo Cagone sgancia e fa affondare per il peso la loro zattera; la Banana a pedali viene mangiata dal gatto), il team prende il via e grazie a una geniale fantatrappola riesce a catturare migliaia di specie assai bizzarre. Tra queste si segnalano il Camullo, protagonista della gara di orrende serenate “CantaCamullo”; il Gabbiano da discarica che vive in città e vola a piume alterne (un giorno i gabbiani con le piume pari, un giorno quelli con le piume dispari); il terribile Krukmull di 106 metri; il Cosèsauro; lo stesso Babonzo e circa 13mila altre specie. Immaginate, descritte e materializzate da Altan, Benni e Perotti. Completano l’opera alcuni racconti di introduzione alle singole sezioni, per la penna del Lupo.

GLI AUTORI
Stefano Benni, narratore e poeta, artista curioso di ogni linguaggio, ha scritto oltre 20 libri di racconti e romanzi di grande successo, opere teatrali, sceneggiature. Tiene corsi di Immaginazione ed è comparso come voce recitante in diverse occasioni.
Altan è autore complesso e versatile, capace di rallegrare i più piccoli con le sue tavole colorate e allo stesso tempo fulminare i grandi con le micidiali battute delle vignette “politiche”. Per Gallucci ha già realizzato tre libri, tra i quali il best seller Ci vuole un fiore.
Pietro Perotti, ex metalmeccanico di Mirafiori, è scenografo e scultore. Una sua formidabile replica di John Belushi accoglie i visitatori all’ingresso della casa di Benni.


LA CASA EDITRICE
L’editore Gallucci pubblica a Roma libri illustrati ideati da importanti autori e artisti, soprattutto italiani, come Altan, Cavandoli, Echaurren, Luzzati, Mattotti, Mordillo, Nespolo e da giovani di grande talento come Joshua Held, Andrea Valente, Franco Matticchio e Chiara Rapaccini. Tutti impegnati a rappresentare il mondo attuale dei ragazzi che Gallucci ha cercato nei testi dei Nobel Dario Fo e Rita Levi Montalcini (per la prima volta chiamati a cimentarsi con i più giovani); negli inediti di Gianni Rodari; nell’impegno di Fulco Pratesi; nelle canzoni d’autore di Branduardi, De André, Endrigo, De Moraes, Paoli, Vecchioni; nell’esperienza di maestri del cinema come Monicelli e Scarpelli.




categoria: interviste.

“Benvenuti a Mondo Babonzo. Dove la fantasia fa bene all’Africa” 
di Maurizio Bono, tratto da “la Repubblica”, 19 novembre 2006 
 
In via Arese al numero 5, fino al 7 dicembre, basta aprire un portoncino per entrare in un altro mondo. Felicemente stralunato, esilarante ma sotto sotto anche un po’ inquietante, perché quando ci si mettono Stefano Benni, Altan e Pietro Perotti (l’artista dei materiali vari e dei colori che ha dato tre dimensioni a un centinaio di creature benni-altaniane), la fantasia si porta sempre dietro un pezzetto di realtà, e per contrasto la rende ancora più feroce. Guardi la Viponia, “che si aggira nelle vicinanze dei luoghi frequentati dai Vip esibendo parti carnose di sé nella speranza di farsi catturare da un cacciatore di talenti” e finisce spesso “in piccoli zoo chiamati reality show”, e ti pare di averne già incontrato qualcuna. Ammiri il lungo collo (sessantadue vertebre) del Gallo da smog, evolutosi per “cantare sopra la coltre di smog mentre i suoi colleghi galli si limitano a penosi colpi di tosse”, e ti ricordi del blocco delle auto in corso. Ma ti incanti anche di fronte ai Babonzi, quello neonato alto tre metri e sua nonna alta un palmo, perché il Babonzo è l’unica specie che rimpicciolisce invece di crescere, e forse non muore mai ma diventa solo invisibile.

Da dove viene fuori, Benni, questa fauna?
Tutti questi animali sono nati perché da anni io, Altan e Perotti lavoriamo anche per i bambini e insieme ai bambini. Abbiamo fatto laboratori, incontri, carnevali: noi abbiamo regalato idee a loro e loro a noi. Quando c’è venuta in mente la mostra, abbiamo pensato che sarebbe stato bello farla con Amref, che da anni lavora per i bambini dell’Africa, ma anche fare incontrare la fantasia dei bambini italiani con quella dei bambini masai, o utu, o tutsi. Disegni, storie, sculture che, speriamo, formeranno la seconda metà della mostra. Il nostro motto potrebbe essere "Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice”.

Venendo al Benni romanziere, nelle prossime settimane cade il 30° anniversario del suo mitico libro d’esordio Bar sport, che il 9 dicembre sarà festeggiato con il “Luisona day” (gli appuntamenti su www.stefanobenni.it). Crede che qui nella città dell’happy hour e dei sushi bar sarà più malinconico che altrove? O più arrabbiato?
Se fossi in televisione, mi fingerei milanologo e sparerei tutta una serie di osservazioni. In realtà non ho mai vissuto a Milano e non la conosco bene. Mi sembra che, come molte altre città italiane, sia diventata un po’più triste e impaurita, ma che mantenga ancora qualcosa di vitale e contraddittorio. è stata la prima città a dare uno spazio al museo delle creature immaginarie. E voi vi lamentate dei problemi dell’Inter e del Milan, ma venite a vedere com’è finito il Bologna. Comunque a marzo farò un seminario sull’immaginazione alla Bocconi. Sarà l’occasione per conoscere Milano un po’meglio.

E Benni, in trent’anni, com’è cambiato?
A volte mi sento diciottenne, a volte mi sento centenario. Quindi non ho mai 59 anni. Ma gioco ancora benissimo a calcio, anche se la mia autonomia è passata da novanta a nove minuti.

Mondo Babonzo nel frattempo è anche diventato un libro (Gallucci, prezzo 13 euro, ricavi, come per i 7 euro del biglietto della mostra, devoluti all’Amref) in cui il professor Lupoff (Benni) racconta come ha scoperto le creature immaginarie insieme al collega professor Altansky.
A quando, invece, il prossimo romanzo? Avrà ancora al centro un’adolescente come Margherita Dolcevita?

No, il personaggio centrale dovrebbe essere molto diverso. Ma è presto per parlarne.

Ci regala un brindisi per il Luisona day?
Che ci sia sempre qualcosa di dolce ed esagerato nella vostra vita.   

scritto da linodigianni | 17:34 | commenti (2) Torna sopra




lunedì, 23 ottobre 2006

categoria: poesia, interviste
 

Zanzotto, il pessimismo della natura perduta 

La casa di Andrea Zanzotto è il rifugio del poeta scontento. In fondo al giardino arruffato legge e scrive immerso nella malinconia di un paesaggio che gli alberi dagli zecchini d'oro continuano a cambiare.
Zanzotto non lo sopporta. Perché nei versi accumulati durante la lunga vita “compare una fitta popolazione - non saprei dire altrimenti - di prati, boschi, colline ma anche di eventi e cose atmosferiche: piogge, nevi, venti, geli, cose di natura, segni di scrittura”. Immaginava che per parlare, la letteratura avesse bisogno di un paesaggio, ma questo paesaggio sbiadisce nella memoria.

Invece il degrado avanza “restio all'ultima umana cupidità e torsione”. Guardando il verde e le trasparenze dei ghiacci si rallegrava: era il 1951. Adesso, nello studiolo coperto dai libri, sotto l'acquerello delle colline fiorite di Tullio Pericoli, il pessimismo di Zanzotto intristisce i suoi 83 anni. Sono fiori di carta, non appassiscono; la consolazione resta provvisoria.
Lungo la strada da Treviso a Pieve i supermercati hanno l'aria di portaerei insabbiate tra fabbriche e fabbrichette, gli alberi dove fioriscono gli zecchini. “Mi sono trovato circondato. Prima era un bel posto dove si poteva stare. Adesso andrei, ma sono troppo vecchio per cambiare. Qualcuno di loro sta andando. In Romania o verso la Cina”.

Lei conosce l'animo delle persone, le ha viste crescere ed arricchirsi: al di là degli affari, crede sappiamo cos'è la Cina?

Ho grandi dubbi. C'è una distorsione di sguardo creata dalla falsa mondializzazione, specie di colpo di stato mondiale che il capitalismo più lesto ha organizzato senza ben sapere dove andava a sbattere. Adesso i soldi devono moltiplicarsi in continuazione, altrimenti, il disastro. Bisogna vendere più automobili quest'anno di quante vendute dell'anno precedente. Nessuno si chiede: dove le mettiamo? Vada a vedere cosa c'é a Vittorio Veneto, e un po' dappertutto: una fabbrichetta dopo l'altra, sembrano animali intrufolati nei posti più incredibili.

... attorno alle lapidi che coprono la montagna dei i morti nelle trincee della prima guerra. Pensare che un tempo erano i paesi poveri dell'emigrazione...

Siamo stati tutti emigranti. Anch'io ho lavorato in Svizzera. Sono entrato nel Vallese come sguattero, era il '47. In realtà insegnavo in un collegio sopra Losanna, a Villars. Chiamavano i clandestini laureati con contratti di comodo e li usavano come a loro faceva comodo. A Padova, nel '42, avevo discusso la tesi su Grazia Deledda. Ma da noi non c'erano posti e là si guadagnava bene. Con i primi 180 franchi netti sono riuscito a pagarmi due vestiti e un paltò.

Studenti svizzeri?

Scuola internazionale. Arrivavano figli di ricconi, ambasciatori, banchieri... Si parlava francese. Davo lezione di tutto, anche di matematica perché la direttrice diceva che un buon insegnante deve arrangiarsi con ogni materia. In realtà voleva risparmiare. Ho raccontato la storia di questa madame in “Altopiano”. L'ha stampato Neri Pozza. A Losanna cominciavo a scrivere in francese. L'emigrazione mi ha fatto sentire la barriera che c'era tra noi e loro, ma si lavorava contenti con qualche paura: la polizia svizzera teneva gli occhi aperti sui clandestini.

Sia pure nell'angolo nobile di un collegio, ha provato cosa vuol dire vivere sradicati dalla realtà nella quale si è cresciuti. Dalla Treviso non tenera verso gli extracomunitari, in quale modo oggi osserva la vita di chi arriva attraversando l'Europa, il Mediterraneo e altri mari?
Con profonda tristezza. Penso che se il capitalismo era intelligente doveva creare posti di lavoro attorno alle loro case. Già andare in Svizzera era un trauma. Si pativano tante cose...

Chi emigrava partendo da Pieve o da Treviso passava il confine col passaporto in mano?

Non sempre. A Pieve, nel dopoguerra, avevano vinto i democristiani come in quasi ogni posto del Veneto (a Venezia no), ma mio padre è stato eletto sindaco a furor di popolo. Si doveva far fronte alla massa dei disoccupati, solo Giovanni Zanzotto, socialista, insegnante di disegno e pittore, era intoccabile; solo lui poteva inventare qualcosa per calmare gli animi. Il fascismo lo aveva perseguitato. Nel '29 aveva votato contro il referendum, c'erano due schede una per il si e una per il no. Aveva scelto il no ed è stato punito. Non poteva più insegnare in una scuola pubblica. Ha trovato lavoro in Cadore in una specie di cooperativa indipendente. Più tardi è partito per la Francia. Quando nel '46 è tornata la libertà, la gente gli dava ascolto, era uno che aveva pagato. E lui si è messo d'accordo con la rete dei “passanti”, spalloni di uomini: guidavano i clandestini oltre confine. Andavano in Savoia. C'era lavoro, mancavano le braccia. Si sono formate le prime comunità di emigranti. Storie bellissime.

Anche lei ha attraversato il confine da clandestino?

No. A Treviso c'era tutta una banda passata in Svizzera dove insegnava il professor Gian Giacomo Cappellaro, partito in avanscoperta. Sono entrato col permesso da sguattero.

Incontrava compaesani umiliati dalla non considerazione dei padroni di casa. In Francia li chiamavano “macaronì”, nei Grigioni svizzeri “cinghei”, cinque soldi. Come spiega che quando sono tornati e hanno fatto fortuna, proprio qui, attorno a Treviso, la loro diffidenza verso lo straniero nutre la xenofobia delle leghe intransigenti. Non sopportano chi sta vivendo la loro vecchia sofferenza...

Da principio non era così. Prima di diventare assuntori di emigranti, gli ex emigranti ricordavano la solitudine del lavoro in terra straniera. Un po' facevano gli artigiani o aprivano negozietti, o andavano alla Zoppàs ma restavano sempre mezzadri: il lavoro dei campi dava sicurezza. Poi si sono sentiti con i piedi a posto. E la vita è cambiata, rivalsa di chi magari non aveva girato il mondo ma era cresciuto ascoltando i racconti dei nonni e dei padri. Lontani non erano nessuno, qui vogliono essere qualcuno. Forse, questo....

È la sola spiegazione?

Ve ne sono altre. I governi della vecchia Dc non hanno trattato male i mafiosi smascherati. Li mandavano al confino sulla pedemontana o nei paesi del lago d'Iseo, luoghi di privilegio. E i mafiosi continuavano i loro affari suscitando il rifiuto della gente costretta a subire quel trapianto sgradito. Lentamente hanno generalizzato il fastidio. Chi non parlava il dialetto poteva essere pericoloso. Sono stato contro a certe reazioni. Dicevano: viene gente che non ha le nostre tradizioni. Quindi, tutti mafiosi. Tutti? Andiamo... Ma il buonsenso di pochi non intiepidiva la diffidenza dei tanti.

Quando i Serenissimi hanno scalato e conquistato il campanile di piazza San Marco a Venezia, bravata che ha fatto ridere l'Europa, quale spiegazione ha dato alla stupidità dell'intemperanza?

«Non era il caso di enfatizzare la presa del campanile. Meritava si e no un titolino nella pagina interna pur essendo il bubbone che confermava l'esistenza di un disagio multiplo».

Dal campanile annunciavano la secessione...

Ma chi seccede da chi? Questo benessere coincide con una fortissima slogatura culturale che induce a bislacche nostalgie e approssimazioni mitologiche. Tutte fondate su fantasmi perché le leghe sono capitate molto più tardi. Si sarebbe dovuto obbligarli ad imparare un po' di storia e di antropologia. Ma forse c'era sotto qualche intrigo, ne abbiamo visti infiniti nell' Italia del dopoguerra.

Possibile si sia perduta la memoria collettiva di un passato non lontano, quando i padroncini di oggi erano ospiti in paesi che li guardavano in un certo modo?

Sono solo rimasti stupidi dall'enormità del successo economico.

Quando ha cominciato a scrivere versi guardando boschi e campagne con occhi d'amore?

Quando la punizione del fascismo ha costretto mio padre in Cadore. Ma anche prima: mi portava a dipingere paesaggi, boschi, colline. Così è cominciata la seduzione. Ed ho continuato ad andare in giro per le campagne, in bicicletta, passeggiate con amici, un'adorazione.

Il paesaggio è cambiato...

È cambiato con la pioggia del grande prestito del piano Marshall: all'inizio degli anni Cinquanta sono stati favoriti coloro che già avevano dato segni industriali e raccoglievano nelle officine i metalmezzadri. Senza andare all'estero, c'era chi aveva la fortuna di un campetto, terra poco fertile e frazionatissima: non avrebbe permesso di sopravvivere, ma dopo le otto ore di officina restava il tempo per il resto. Lavoravano sempre e lavoravano bene. A Pieve la tradizione degli ebanisti. Poco lontano i pionieri che avevano fondato le fabbriche. Ricordo il primo Zoppàs: andava da uno zio che aveva una botteguccia. Arrivava in bicicletta a presentare i suoi prodotti.

Cominciano i cambiamenti...

All'inizio ben visti. Gli emigranti tornavano; i giovani non dovevano andare via. Ma è successo qualcosa: la debolezza della lira ha aperto i mercati e tutti si sono dati daffare. Mani d'oro, spirito di sacrificio.


È la ricchezza che trasforma il paesaggio di Zanzotto. Non solo fabbriche e supernegozi, ma ville, villette, villone. Da Palladio ai geometri, la ferita diventa profonda esasperando il poeta angosciato ma convinto che “la classe dirigente mondiale sia rimasta ferma ad un'età pregeologica. Per loro non c'è un tempo della realtà, cìoé un tempo della storia che è minimo rispetto al tempo della geologia, quindi hanno inventato il mito dell'impresa dalla crescita senza fine. La natura non la sopporta. Tutti, dico tutti, da Bush, Putin o compagni di briscola, lottano credendo di diventare chissà chi perché si impadroniscono di un bruscolo di polvere che è la terra. Difendere il paesaggio vuol dire difendere la bellezza della natura, che è la bellezza della vita anche se può essere un inganno, come dice Leopardi, “perché di tanto inganno i figli tuoi”.

Resta il paesaggio coperto da mattoni, neon e lamiere...

Qui è ormai lettera morta. Cerco del passato i ritagli di verde raggiungibili. E penso che la gente sia anche stufa di distruggere per rompere la vecchia miseria. È vecchia, non dovrebbe più esserci, invece nel su e giù degli ultimi anni lo spettro ritorna. La dislocazione di chi trasporta le macchine in Romania faceva paura, ma qualche legame in fondo restava. Adesso vanno in Cina e la Cina è proprio lontana. Sta arrivando una crisi che frena la proliferazione delle fabbriche. I capannoni si svuotano ed è un vuoto che fa perdere tanti posti. Un altro vuoto inquieta: largamente rifiutata l'onda di questo governo, si patisce la speranza ancora non salda di una coesione larga del centrosinistra ricco di intellettuali e protagonisti della politica.

Pessimista...
Ma! Qua pretendono tutto e il contrario di tutto, una bella natura libera e fare turismo in cima all'Everest. Adesso sembrano sospesi: nessuno pensa di volere la fine troppo vicina, ormai é sotto il naso, ma se il profitto lo chiede ricominciano a costruire e andare avanti. Nel 1962 avevo lanciato l'allarme denunciando lo scempio su una rivista di Treviso. Mi sentivo socialista vecchia maniera incantato dal movimento di Comunità nato attorno ad Olivetti. Non sopportavo la crescita edilizia sconsiderata. Sentivo che stava per arrivare ciò che poi è arrivato. La bomba dell'anno scorso...

Ma le torri gemelle sono di tre anni fa...

No, é la bomba del caldo atroce che scioglie i ghiacci. Perché la ribellione della natura sconvolta fa più morti del terrorismo, eppure nessuno reagisce. Pochissimi sembrano accorgersi che siamo entrati in un periodo di catastrofe climatica. Il clima che cambia crea fenomeni imprevedibili. Ci si sente stretti da qualcosa che non è esagerato dire apocalisse.


Nel rifugio del poeta che osserva il futuro con occhi sfiduciati, la domanda é stonata, eppure la Tv messa d'angolo è il mobile spento che la suggerisce. “L'accende?”.Poco, quasi niente”. Dibattiti, telegiornali... “Preferisco il televideo. Nei dibattiti dicono le stesse cose con le stesse persone che si accavallano l'una sull'altra e va finire in baraonda. Insignificante, incomprensibile anche perché comincio a perdere la memoria, ma ciò che trasmettono ha l'aria di una manipolazione. Allora spengo oppure cambio stanza. Meglio leggere o scrivere epigrammi”.
Cerca l'ultimo foglio: “Un gran bisogno in giro ora si sente quello di un'assemblea prostituente”. Il secondo lo mormora camminando: “In questo progresso scorsoio non so se vengo ingoiato o ingoio”.
Attraversiamo il giardino. Dice che ha voglia di vivere perché deve fare ancora qualcosa. “Il mio solo nipote ha compiuto un anno. Troppo piccolo, non posso spiegargli. Devo aspettare che capisca per potergli parlare. O scrivergli un messaggio, dentro un biglietto la richiesta di perdono per non avergli lasciato un mondo migliore di quello che è”.

Intervista di Maurizio Chierici – L'UNITA' – 21/02/2005

scritto da linodigianni | 08:11 | commenti Torna sopra




venerdì, 13 ottobre 2006

categoria: interviste
 

Orhan Pamuk: andare a est guardando l’ovest
di Luigia Sorrentino

Chiunque legga Orhan Pamuk capirà che tutta la sua opera è caratterizzata dal tema dell’identità nella continua esplorazione del conflitto tra islamismo e occidentalismo. Pamuk, nato a Istanbul 54 anni fa , già candidato al Premio Nobel per la Letteratura – ha al suo attivo sette romanzi - ha rischiato di finire in carcere per “manifesta offesa alla turchità”, quando ha riconosciuto la Turchia colpevole dello sterminio di un milione di armeni e 30 mila curdi in Anatolia ad inizio del XX secolo.

Incontrare Pamuk in una città come Napoli, in occasione della 52. edizione del Premio Napoli, è stato, per me, fortemente simbolico. Napoli e Istanbul, sono infatti collegate da un comune strato di cultura e di tradizione. Sono state entrambe città-regno, sono, ancora oggi, città costantemente rivolte verso l’Europa alla ricerca di una identità libera dalla tristezza, dalla miseria, dalla decadenza. Napoli e Istanbul conservano un’identità comune che mira a raggiungere anche la qualità, il successo, dell’occidente. Ma ci sono, nel mondo, molte città che somigliano a Istanbul. Tutte quelle che condividono con Istanbul la malinconia, il disordine, la precarietà, il crollo, da sconfitta o da povertà. “Vi dirò chi sono”, scrive Pamuk in Istanbul. E racconta che una volta disegnava, studiava architettura e sognava di diventare pittore. Poi, non si sa perché, decise di diventare scrittore e di vivere la sua seconda esistenza.

All'interno: testo dell'intervista, bio-bibliografia, link

Intervista [ADSL]
scritto da linodigianni | 06:03 | commenti Torna sopra




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