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(tratti dal saggio di Daniel Pennac Come un romanzo)

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martedì, 28 novembre 2006

categoria: poesie, poesia, citazioni dai testi
 



Una poesia per svelare l’inganno
Wisława Szymborska

profilo di una delle piú grandi poetesse dei nostri tempi
di Stas' Gawronski

Wisława Szymborska è una delle piú grandi poetesse dei nostri tempi, ma sembra che non voglia farlo sapere. Il pubblico italiano sa che nel 1996 la poetessa polacca ha vinto il premio Nobel per la letteratura eppure non ha mai visto un suo passaggio in televisione o ascoltato la sua voce per radio e, forse, neppure incontrato una sua fotografia su un giornale. La Szymborska preferisce la sordina del poeta in silenzio, in attesa di se stesso, davanti a un foglio di carta non scritto e restare un personaggio schivo e riservato, che non ama rilasciare interviste o parlare della sua opera, ma piuttosto che tiene a sottolineare la preminenza del testo rispetto al suo autore, l’autonomia delle poesie rispetto al viso, alla storia e alle opinioni sulla letteratura e sulla società di colui che le scrive. Per dirla tutta, ella non ama neppure le serate d’autore, anzi se ne fa beffe - Ci sono dodici persone ad ascoltare, è tempo ormai di cominciare. Metà è venuta perché piove, gli altri sono parenti. O Musa. […] In prima fila un vecchietto dolcemente sogna che la moglie buonanima, rediviva, gli sta per cuocere la crostata di prugne. Con calore, ma non troppo, ché il dolce non bruci, cominciamo a leggere. O Musa – (“Serata d’autore”) eppure, il 10 novembre 2003 la Szymborska è apparsa al Teatro Valle di Roma per un reading di alcune sue poesie che ha entusiasmato una platea di persone giunte da tutta Italia e che RaiLibro ha avuto la possibilità di filmare in esclusiva.

Oggi Wyslawa Szymborska è una scrittrice di culto, ma, come rileva Pietro Marchesani nella post fazione a “Vista con granello di sabbia”, quando vinse il premio Nobel, nessuno in Italia sembrava conoscerla, nessuno ricordava che, già alcuni anni prima, Iosif Brodskij nel suo discorso di apertura del Salone del libro di Torino, la citava come uno dei piú grandi poeti viventi. In verità, la poetessa polacca aveva già un editore italiano, l’appassionato Vanni Sheiwiller che ha avuto il merito di pubblicare “Gente sul ponte” prima della vittoria del Nobel e oggi, a distanza di quasi cinque anni dalla scomparsa dell’editore, la casa editrice che porta il suo nome pubblica la raccolta completa di poesie Uno spasso, finora mai lette integralmente in italiano.

Ma per quale motivo, leggendo le poesie della Szymborska, abbiamo l’impressione di trovarci di fronte alla grande letteratura, quella che può avere un peso reale nella vita di chi legge, che contiene i germi del cambiamento e delle risposte di cui ognuno va in cerca? Probabilmente perché i suoi testi contengono un invito sottile quanto rigoroso ad aprire gli occhi sulla realtà, a prendere coscienza dei limiti ineludibili del nostro esistere, ma anche della profondità indicibile della condizione umana e del nostro comune destino. A ben vedere, infatti, tutti gli uomini sono dei clochard in un giorno mattutino fino al crepuscolo (“Un clochard”) e la concretezza di ogni cosa e di ciascuno è il luogo in cui si rivela una dimensione di senso comune a tutti gli uomini che, per quanto oscurata e nascosta con inganno dal male e dalla morte che ingiustamente divora ogni cosa su questa terra, accompagna il nostro viaggio nel tempo, facendo capolino in ogni piú piccola realtà. Questa presenza discreta quanto essenziale, indispensabile a riscattare la vita dalla finitudine del tempo concesso al nostro stare al mondo, invisibile solo all’uomo che non sa dare attenzione all’attimo che passa, è il vero bersaglio della poesia della Szymborska, poesia che in tal senso è vendetta di mano mortale (“La gioia di scrivere”) nei confronti della morte e dell’inganno che cela agli uomini la promessa d’eternità nascosta in ogni cosa creata.

Per la Szymborska la poesia, come la vita, si fonda sul confronto con la realtà, un confronto concreto e non intellettuale, vivo e non astratto, un confronto vissuto, partecipato, mai sublimato a vana sentimentalità o a idea. Al poeta che, per esempio, cerca di penetrare il mistero di una pietra, che bussa dicendo “fammi entrare”, la pietra risponde che […]non c’è senso che possa sostituirti quello del partecipare./ Anche una vista affilata fino all’onniveggenza / non ti servirá a nulla senza il senso del partecipare./ Non entrerai, non hai che una sensazione di quel senso, appena un germe, una parvenza. […] (“Conversazione con una pietra”). Per entrare, quindi, bisogna mettersi in gioco perché non c’è nulla che il nostro affannarsi possa trattenere, neppure con l’ausilio della memoria. Ciò che viviamo passa, è benvenuto e addio in uno solo sguardo, eppure se il poeta riesce a meravigliarsi davanti alla realtà che lo circonda può esclamare tutto è mio, niente mi appartiene. In questo senso, come vediamo anche nella sua “Posta letteraria” (le risposte che la scrittrice dava ai lettori di «Życie Literackie» che le sottoponevano poesie e racconti), la poetessa polacca vuole indicare una strada, inevitabile quando la poesia è chiamata a svelare l’inganno, a fare chiarezza, a caratterizzarsi per un’etica che si propone di dire la verità sulla vita. Non c’e’ spazio, quindi, nella scrittura (e questa è la prima regola impartita anche agli aspiranti scrittori che la cercano per avere un parere sui loro testi) ai sentimentalismi o alle sperimentazioni stilistiche che tradiscono solo il desiderio di affermazione del poeta, ma bisogna saper guardare il mondo: un miracolo, basta guardarsi intorno: / il mondo onnipresente (“La fiera dei miracoli”)

Come in tutti gli scrittori che hanno nel mirino dei propri versi il seme dell’eternità gettato attraverso la realtà verso ogni uomo, la Szymborska si lascia meravigliare dalla realtà perché, prima di scrivere i suoi versi, sa farle spazio, sa accoglierla, sa osservare. La poesia che ne scaturisce, cruda, concreta, lineare, ironica, giunge sempre ad un punto di stupore perché, come afferma nel discorso pronunciato in occasione del conferimento del Nobel, il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da alcun paragone con alcunché e poi perché il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte ad esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali, qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi trapassati dalle radiazioni delle stelle, stelle intorno a cui si sono giá cominciati a scoprire pianeti (giá morti? Ancora morti?), qualunque cosa pensiamo di questo smisurato teatro, per cui abbiamo sí il biglietto d’ingresso, ma con una validità ridicolmente breve, limitata da due date categoriche, qualunque cosa noi pensassimo di questo mondo – esso è stupefacente.

Attraverso una descrizione accurata e lucida dell’esistenza nella sua ruvida concretezza, la Szymborska sbatte in faccia al lettore le questioni importanti sulla vita, ma con leggerezza, senza affaticarlo con versi ermetici, servendosi di una lingua semplice e spesso colloquiale, facendolo sorridere per l’ironia mentre gli grava le spalle di domande. L’ironia dei suoi versi è tagliente, ma mai fine a se stessa o violenta o appesantita dal giudizio, ma piuttosto destinata a svelare il ridicolo, l’inopportuno, il disumano.

La coscienza del reale è anche coscienza del tempo che è dato e coscienza della morte. Le sue poesie risuonano come un monito: attenzione, perché il tempo passa e solo in quel passaggio rapido e convulso della vita è possibile cogliere la risposta a ogni domanda, la bellezza che trascende l’ingiusta fine di ogni esistenza, ogni male; attenzione, perché noi viviamo fin dalla nascita in corpi da commiato. In questo senso, lo sguardo della Szymborska sulla morte sembra essere un richiamo ad una umanitá che non vuole rendersi conto di vivere una vita con sorti giá decise e che, a fronte di una fine sicura, non capisce che la vita è formata da piccole eternitá piene di pallottole in volo e che occorre aprire gli occhi su ogni piccola realtà in ogni istante dell’esistenza per svelare il mistero di questa certa e ineludibile finitezza dell’uomo. La sua poesia è un invito ad aprire gli occhi sulla realtà e a tuffarsi nella sua concretezza fino a bere l’amaro calice della coscienza della fine, se veramente si cerca veramente una risposta, un fondamento per una speranza solida, radicata in profondità. […]Vivevano nella vita/Permeati da un grande vento /Con sorti giá decise./Fin dalla nascita in corpi da commiato. /Ma c’era in loro un’umida speranza,/una fiammella nutrita del proprio luccichio. / Loro sapevano cos’è davvero un istante,/oh, almeno uno, uno qualunque prima di – […] (“Monologo per Cassandra”). Ci ricorda che la vita è un percorso a tempo determinato, che qualunque cosa ogniqualvolta ovunque sia accaduta, è scritta sull’acqua di babele. (“Acqua”), che inutili sono gli sforzi affannati, ridicoli senza saperlo, di tanti uomini di andare avanti senza porsi il problema della fine. […]Nato. / Cosí è nato, anche lui. / Nato come tutti. / Come me, che morirò. / Figlio d’una donna reale. / Uno giunto dalle profondità del corpo. / In viaggio verso l’omega. / Esposto / alla propria assenza / da ogni dove, / in ogni istante. / E la sua testa / è una testa contro un muro / cedevole per ora. / E le sue mosse / sono tentativi di eludere / il verdetto universale. / Ho capito che è già a metà del cammino. / Ma questo non me lo ha detto, / no. […]

Sono versi che fanno chiarezza, disinnescano l’inganno e mettono in risalto i veri contorni della cose, versi che sono un antidoto all’illusione, all’apparenza, alla mancanza di discernimento. 
 

scritto da linodigianni | 11:07 | commenti Torna sopra




mercoledì, 30 novembre 2005

categoria: libri che ho letto, citazioni dai testi
 
RICORDO

Non lascio che neanche un singolo fantasma del ricordo
svanisca con le nuvole,
ed è la mia perenne consapevolezza del passato
che causa a volte il mio dolore.
ma se dovessi scegliere tra gioia e dolore,
non scambierei i dolori del mio cuore
con le gioie del mondo intero.



Mi sconvolgono sempre i versi,le poesie...le strofe prese  in prestito di K.Gibran.....credo sia notevole questo frammento qui sopra...preso da "Self-Portrait"....buona lettura...Sugar*
scritto da sugarlips | 12:22 | commenti (1) Torna sopra




lunedì, 21 febbraio 2005

categoria: citazioni dai testi, monografie
 

Borges
 il tempo l'eternità
 la morte la pazzia
 il doppio il destino

Una letteratura del paradosso.

Borges ammette ciò che tutti gli idealisti ammettono, il carattere allucinatorio del mondo, ma fa ciò che nessun idealista ha fatto:

 I paradossi non sono  per lui problemi da risolvere, come furono ancora per Russell, bensì indizi da usare, come saranno da Gödel in avanti


Naturalmente, l'uso che Borges fa dei paradossi è paradossale esso stesso.
In essi un sogno così ben sognato da sembrare realtà si tradisce, e ci permette di svelarne la finzione:

 "Noi (la indivisa divinità che opera in noi) abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto" (I.399).

Una tale posizione è sorprendente non tanto per il suo contenuto filosofico, quanto per il suo contesto geografico: essa si situa infatti in una linea di pensiero orientale.

Pensiamo, ad esempio, al cantonese Huineng (638-713), sesto patriarca del Buddismo Zen, e fondatore di una scuola che fu molto popolare nella Cina del sud: la sua via per l'eliminazione dell'io e della realtà passava appunto attraverso i paradossi (integrati da bastonate).

Oppure alla scuola Rinzai, una della due principali dello Zen giapponese, che a tutt'oggi usa il paradosso nella forma del koan (anch'esso non disgiunto da pratiche shock), per raggiungere il risveglio, o satori.
 

 la miglior presentazione a noi nota del Paradosso di Borges, che riportiamo nella traduzione letterale di Piero Menardi:

 

X scocca una freccia da un arco, ed essa si perde fra gli alberi.
X la cerca e riesce a ritrovarla.

E' assurdo immaginare che la freccia non sia esistita durante il periodo fra i momenti in cui X l'ha persa di vista e l'ha ritrovata.

E' logico pensare che essa sia esistita - anche se in un certo modo segreto, di comprensione vietata agli uomini - in tutti i momenti di questo periodo.

Un'altra versione del paradosso di Borges appare in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, sotto il nome di sofisma delle nove monete di rame, "di scandalosa rinomanza":

"Il martedì X, tornando a casa per un sentiero deserto, perde nove monete di rame. Il giovedì, Y trova sul sentiero quattro monete, un poco arrugginite per la pioggia del mercoledì. Il venerdì, Z scopre tre monete sullo stesso sentiero e lo stesso venerdì, di mattina, X ne ritrova due sulla soglia di casa sua.

E' assurdo immaginare che quattro delle monete non siano esistite dal martedì al venerdì pomeriggio, e due dal martedì al venerdì mattina.

E' logico pensare che esse siano esistite - anche se in un modo segreto, di comprensione vietata agli uomini - in tutti quei momenti di questi tre periodi" (I.632-633).

Opere di Borges citate
Le citazioni nel testo si riferiscono ai due volumi Tutte le opere di Borges, pubblicati dalla Mondadori nella collezione I Meridiani, rispettivamente nel 1984 (I) e 1985 (II). Riportiamo qui i titoli delle opere da cui esse sono tratte.
Inquisizioni, 1925.
Evaristo Carriego, 1930.
Discussione, 1931.
Storia universale dell'infamia, 1935.
Storia dell'eternità, 1936.
Finzioni, 1944.
Altre inquisizioni, 1952.
L'artefice, 1960.
L'altro, lo stesso, 1964.
Il manoscritto di Brodie, 1970.
L'oro delle tigri, 1972.
La cifra, 1981.
Conversazioni, 1985 (Nuovo portico, Bompiani).
Altre conversazioni, 1986 (Nuovo portico, Bompiani).
Ultime conversazioni, 1987 (Nuovo portico, Bompiani).

estratti da: 
http://www.vialattea.net/odifreddi/borges1.htm 

Borges fu un gran sacerdote del culto dei libri, la sua vita fu "consacrata meno a vivere che a leggere", e la sua memoria registrò più i libri che lesse che le cose accadutegli. Egli si spinse al punto di affermare che l'uomo è ciò che legge, non ciò che scrive.
Tale affermazione rivela una vera e propria mistica della lettura: essa si manifestò nelle credenze che la differenza fra autori e lettori sia "banale e fortuita", che fra di essi si instauri "un dialogo, una forma di relazione", "una collaborazione e quasi una complicità", e che "i buoni lettori siano cigni anche più tenebrosi e rari che i buoni autori". In una parola, che la lettura sia un atto creativo. 

http://www.riflessioni.it/enciclopedia/borges.htm


 
scritto da alp | 09:46 | commenti (1) Torna sopra




venerdì, 28 gennaio 2005

categoria: citazioni dai testi
 

                                             

Tratta dal romanzo di Cathleen Schine

La lettera d'amore

Adelphi 1999.

..."Cara Capra,

come ci si innamora?Si casca?Si inciampa,si perde l'equilibrio e si cade sul marciapiedi,sbucciandosi un ginocchio,sbucciandosi il cuore?Ci si schianta per terra,sui sassi?O è come rimanere sospesi oltre l'orlo di un precipizio,per sempre? So che ti amo quando ti vedo,lo so quando ho voglia di vederti.Non un muscolo si è mosso.Nessuna brezza agita le foglie.L'aria è ferma.Ho cominciato ad amarti senza fare un solo passo.Senza neanche un battito di ciglia.Non so neppure quando è successo.Sto bruciando.E' troppo banale per te?No, e lo sai.Vedrai.E' quello che capita,è quello che importa.Sto bruciando.Non mangio più,mi dimentico di mangiare,mi sembra una cosa sciocca,che non c'entra.Se ci bado.Ma non bado a niente.I miei pensieri straripano furiosi,una casa piena di fratelli,legati dal sangue,che si dilaniano in una faida:

"Mi sto innamorando".

"Tipica scelta stupida".

"Eppure l'amore mi tormenta come se fosse dolore".

"Sì, continua così,manda a puttane la tua vita.E' tutto sbagliato e losai.Svegliati.Guarda le cose in faccia".

"C'è una faccia sola,l'unica che vedo,quando dormo e quando non dormo".

Stanotte ho buttato il libro dalla finestra.Ho provato a dimenticare.Tu non vai bene per me,lo so,ma quello che penso non mi interessa più,a meno che non pensi a te.Quando sono accanto a te,davanti a te,sento i tuoi capelli che mi sfiorano la guancia anche se non è vero.Qualche volta guardo altrove.Poi ti guardo di nuovo.Quando mi allaccio le scarpe,quando sbuccio un arancia,quando guido la macchina,quando vado a dormire ogno notte senza di te,io resto,     

                                                                         come sempre,Montone".

scritto da sugarlips | 20:28 | commenti (2) Torna sopra




mercoledì, 19 gennaio 2005

categoria: anticipazioni, citazioni dai testi
 

Michel Faber  
Il petalo cremisi e il bianco 
Edizione Einaudi, Torino, 2003, Tascabili Stile libero 1168 , pagg. 990

Originale: The Crimson Petal and the White [2002]
Traduzione: Elena Dal Pra, Monica Pareschi
Lettore Elisabetta Cavalli, 2004
Classe narrativa olandese , narrativa neerlandese
 

Pagina 7, Capitolo primo:

"Attento. Tieni la testa a posto: ti servirà. La città in cui ti conduco è vasta e intricata, e tu non ci sei mai stato prima. Puoi immaginare, da altre storie che hai letto, di conoscerla bene, ma quelle storie ti hanno illuso, accogliendoti come un amico, trattandoti come se fossi uno del posto. La verità è che tu sei un alieno, in tutto e per tutto, arrivato da un altro tempo e da un altro luogo. Quando ho catturato il tuo sguardo la prima volta e tu hai deciso di seguirmi, probabilmente pensavi di arrivare qui e sentirti a casa. Ma adesso ci sei davvero, in quest'aria fredda, tagliente, trascinato nell'oscurità piú nera, e inciampi su un terreno accidentato, senza riconoscere nulla. Scrutando a destra e a sinistra, strizzando gli occhi contro il vento gelido, ti accorgi di aver imboccato una strada sconosciuta di case buie piene di gente sconosciuta..."

continua qui 

continua qui 

scritto da alp | 22:28 | commenti Torna sopra




martedì, 11 gennaio 2005

categoria: citazioni dai testi
 

Santi senza Dio 

"Qualche mio collega sostiene che io sia un falso proletario. Proletario io? Né falso, né vero. A parte che spesso mi sono trovato in bolletta, perché non c'è gusto migliore che spendere i propri soldi, per bagordare e viaggiare con gli amici.
E d'altronde quella di proletario è pur sempre un'etichetta, sicché la rifiuterei in ogni caso, come tutte le etichette che via via hanno provato ad appiccicarmi addosso - di comunista, di democristiano, di socialista, di borghese, perfino di fascista.
Se sono, "più modestamente", un anarchico è perché l'anarchia, prima ancora che un'appartenenza, è un modo di essere. Lo ero, del resto, fin da bambino, quando preferivo giocare a biglie e, in anticipo sul mio mestiere futuro, inventare parolacce, per strada, con una banda di compagni, piuttosto che stare in casa a fare il signorino di buona famiglia - quale comunque ero, e quale sono rimasto per tanto tempo, vivendo sulla mia pelle la drammatica schizofrenia di chi abita contemporaneamente da entrambi i lati della barricata.
Fu grazie a Brassens che scoprii di essere un anarchico. Furono i suoi personaggi miserandi e marginali a suscitarmi la voglia di saperne di più.
Cominciai a leggere Bakunin, poi da Malatesta imparai che gli anarchici sono dei santi senza Dio, dei miserabili che aiutano chi è più miserabile di loro. Santi senza Dio: partendo da questa scoperta ho potuto permettermi il lusso di parlare anche di Gesù Cristo, prima in Si chiamava Gesù, poi in La buona novella, e oggi mi viene il dubbio che anche lui non fosse che un anarchico convinto di essere Dio; o, forse, questa convinzione gliel'hanno attribuita altri.
Intanto, da Bakunin ero passato a Stirner, e da una visione collettivista ne scoprii una più individualista: dopo tutto ci vuole troppo tempo a trovare gente con la quale vivere le mie idee e così me le vivo da solo. Con una sola regola da osservare, e la osservo proprio perché nessuno me l'ha imposta: anarchico non è un catechismo o un decalogo, tanto meno un dogma, è uno stato d'animo, una categoria dello spirito. E perciò scandalizzatevi pure, se tante volte ho cantato alle feste dell'Unità, ma di rado sono andato in televisione, se firmo contratti discografici che d'altronde non rispetto, e se ho perfino votato per la DC: tra i suoi candidati, in Sardegna, c'era un mio amico, una persona capace, quindi un pessimo politico. Che infatti non fu eletto.
"De Andrè, il suo tema non è organico", mi diceva sempre, al liceo, il mio insegnante d'italiano. Allora ho cercato di essere organico da adulto, nella coerenza di una ribellione che passa anche attraverso le proprie viltà e le proprie contraddizioni. Senza le quali, ecco l'organicità, un uomo non è un uomo, ma un burocrate, o una macchina, o un cinghiale laureato in fisica".

(Da Amico fragile. Fabrizio De Andrè si racconta a Cesare G. Romana,
Milano, Sperling & Kupfer Editori, 1991, pp. 60-61).
(fonte: A.rivista)

scritto da Sahishin | 23:44 | commenti (3) Torna sopra




domenica, 09 gennaio 2005

categoria: citazioni dai testi
 

 Pappagalli Verdi

La litania più ricorrente dei nostri tempi molli e opachi, pancia bassa nella sinusoide dell'alternarsi dell'umana vicenda, è "non ci sono più valori". Incontriamo questa litania anche nella variante nostalgico/rinunciataria "non ci sono più ideali per cui battersi". Sfruttamento, violenza, guerra, morti, violazioni dei diritti, sopraffazione dei deboli, delle donne e dei bambini, sottomissione dell'uomo e dei suoi valori alle logiche del denaro e del mercato (le uniche ideologie che godono di immunità ideologica) sono sotto i nostri occhi, ma dato che le glorie dello scontro frontale non sono più in offerta speciale, i neurorecettori della sensibilità all'altrui sofferenza paiono essersi atrofizzati. Ma non era la libertà dell'uomo, la sua irrinunciabile santità, la posta del contendere? E dunque i termini della questione non rimangono in qualche misura radicalmente gli stessi pur nel mutare delle stagioni e delle intemperie? Alcuni lo sanno anche oggi, conoscono la massima prius vivere, deinde filosofari, si rimboccano le maniche e fanno quello che c'è da fare. Il chirurgo di guerra Gino Strada, specializzato in prestigiose università (curriculum perfetto per una baronia) è uno di questi "uomini con qualità" che hanno poche idee, forse meno che poche, una: risarcire l'uomo ferito e menomato dalla violenza dei suoi simili. A questa idea dedicano il loro sapere, il loro sentire, la loro azione che non si avvale solo delle sofisticate tecniche della chirurgia clinica, ma di quelle meno codificabili ed esplicabili della chirurgia umana per cui il dolore di un altro essere umano, è il loro dolore. A me che traffico come posso con l'etica dell'ebraismo, Gino Strada ricorda i principi fondamentali dell'antropologia ebraica: noi tutti discendiamo da un solo uomo perchè nessuno possa dire il mio progenitore è meglio del tuo. Ciononostante siamo tutti diversi l'uno dall'altro perché non siamo la semplice replica di un modello, ma un unicum insostituibile che per questo contiene in sé l'umanità tutta. Dunque, chi salva una vita, salva l'intero universo e così progetta la salvezza di noi tutti. Le mine antinuomo, paradigma di viltà, strumenti di morte proiettati nel futuro delle giovani generazioni che prediligono i bambini perché sono il futuro delle genti, vengono prodotte e disseminate da uomini "decenti" che siedono nelle assise internazionali e commerciate da insospettabili uomini d'affari con dovizia di illustrazioni sulla loro efficacia. Questi fiori metallici dell'infinita infamia umana, lacerano, accecano, sbrindellano, cancellano parti di vita, creano voragini di antimateria, progettano il non-uomo. Ma è proprio in quelle assenze di carne, di vita, di luce, che l'umanità esprime la sua intimità più lancinante. In quei luoghi umani violati e negati, i Gino Strada costruiscono l'umanità possibile del futuro, l'unica possibile. I veri valori etici possono nascere solo da una prassi di vita che si misura con i limiti, le passioni, le paure, le ritrosie, l'esasperazione del procedere alla ricerca di sé, nell'altro da sé. Questo ci racconta Gino nel suo libro, con lo stile necessario di chi racconta ciò che fa e ciò che fa è insieme così anomalo eppure così universale, folle e insieme normale, paradigma esemplare di quello che ogni essere umano dovrebbe ricercare in sé.
E il racconto sgorga con asciutta sobrietà e commuove perché è il racconto di uno che sa quel che fa perché fa quello che deve. Leggere le pagine di questo rude chirurgo di poche parole e molti fatti, fa bene alle funzioni sopite di chi si affida alle litanie. I tempi delle palingenesi rivoluzionarie assolute e totalizzanti sono finiti, ma ci sono luoghi di rivoluzione nei posti più impensati: uno di questi luoghi è sicuramente il bisturi di Gino Strada.

Moni Ovadia - 18 aprile 1998

Un caro saluto a tutto il "Carrozzone", state bene.
Salvatore

scritto da Sahishin | 16:34 | commenti (4) Torna sopra




lunedì, 06 dicembre 2004

categoria: citazioni dai testi
 

Cathleen Shine

Lettera d'amore

.."Amore è il bambino sul ponte che brucia ,cerca di declamare"Il bambino sul ponte che brucia".Amore è il figlio che balbetta eloquenza mentre la misera nave in fiamme affonda.Amore è il bambino ostinato,la nave anche i marinai in mare che vorrebbero anche loro la piattaforma degli scolari o una scusa per restare sul ponte.E amore è il bambino che brucia".

scritto da sugarlips | 15:05 | commenti (1) Torna sopra




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