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2 - Il diritto di saltare le pagine
3 - Il diritto di non finire un libro
4 - Il diritto di rileggere
5 - Il diritto di leggere qualsiasi
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6 - Il diritto di desiderare di
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7 - Il diritto di leggere ovunque
8 - Il diritto di spizzicare
9 - Il diritto di leggere a voce alta
10-Il diritto di tacere
(tratti dal saggio di Daniel Pennac Come un romanzo)
Il blog Il Parnaso Ambulante, e tutte le sezioni ad esso collegate, non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
E' morto Mario Rigoni Stern, l'autore del "Sergente nella neve"
Mario Rigoni Stern
Lo scrittore Mario Rigoni Stern è morto ad Asiago, all'età di 86 anni. Malato da tempo, Rigoni Stern è mancato ieri sera.
La notizia della sua morte è stata tenuta riservata dalla famiglia, per espressa volontà dello scrittore. I funerali sono stati celebrati oggi pomeriggio, in forma strettamente privata, nella chiesetta del cimitero di Asiago.
Mario Rigoni Stern era nato nel 1921 in provincia di Vicenza, nell’Altopiano d’Asiago. Nel 1938 entra alla scuola militare d’alpinismo d’Aosta e combatte in un reggimento di cacciatori alpini, in Francia, Grecia, Albania, Russia. Fatto prigioniero dei tedeschi quando l’Italia firma un armistizio separato con gli alleati (8 settembre 1943), viene trasferito in Prussia orientale. Riesce a scappare, raggiunge l’Austria e poi la sua casa il 5 maggio del 1945. Nel 1953, Elio Vittorini pubblica il primo romanzo di Rigoni Stern Il sergente nella neve, una delle più interessanti ed emozionanti testimonianze della seconda guerra mondiale, che diventa un classico della letteratura mondiale. In seguito lo scrittore vicentino ha dedicato altri racconti alla tragica esperienza della guerra in Russia. Legato a questo drammatico tema è l’altro pensiero cui Mario Rigoni Stern ha dedicato i suoi più recenti romanzi: l’estraneità della civiltà contadina alla prima guerra mondiale ed il declino dei valori cardine, che avevano retto una società da secoli unita da profondi legami umani.(da www.festivaletteratura.it)
E' Elio Vittorini, nel 1953, a fargli pubblicare per I Gettoni di Einaudi il suo primo romanzo "Il sergente nella neve". Nel 1962, Stern pubblica "Il bosco degli urogalli" (Einaudi), a cui seguono "La guerra della naia alpina" (Einaudi, 1967), "Quota Albania" (Einaudi, 1971), "Ritorno sul Don" (Einaudi, 1973), "Storia di Tonle" (Einaudi, 1978), che vince il Premio Campiello, "Uomini, boschi e api" (Einaudi, 1980), "L'anno della vittoria" (Einaudi, 1985), "Amore di confine" (Einaudi, 1986), "Il libro degli animali" (Einaudi, 1990).
E ancora: "Arboreto salvatico" (Einaudi, 1991), "Compagno orsetto" (E.Elle, 1992), "Aspettando l'alba" (Il Melangolo, 1994), "Le stagioni di Giacomo" (Einaudi, 1995), "Sentieri sotto la neve" (Einaudi, 1998), "Il magico 'Kolobok' e altri scritti" (La Stampa, 1999), "Inverni lontani" (Einaudi, 1999), "Tra due guerre e altre storie" (Einaudi, 2000), "1915-1918 La guerra sugli Altipiani. Testimonianze di Soldati al fronte" (Neri Pozza, 2000), "Il libro degli animali" (Einaudi, 2001), "L'ultima partita a carte" (Einaudi, 2002), "Storie dall'Altipiano" (Mondadori, 2003), "L'Altipiano delle meraviglie" (con R. Costa, Magnus, 2004) "Le stagioni dell’Altopiano" (Einaudi, 2006).
Flannery O'Connor: concepire l'infinito
L'intervento del critico Antonio Spadaro S.J. al convegno dedicato a Flannery O'Connor nell'ambito della rassegna "Concepire l'infinito" promossa dalle biblioteche di Roma.
di Antonio Spadaro
Che cosa c’è di comune tra Bruce Springsteen e Nick Cave, registi quali John Huston e Quentin Tarantino, scrittori quali Raymond Carver e Elizabeth Bishop? Nulla, forse. Tranne Flannery O’Connor (1925-1964), letta, amata, rappresentata o imitata da tutti loro.
La O’Connor considerava sua country quel «caro vecchio lurido Sud» compreso tra la zona pedemontana della Georgia e l’est del Tennessee, è figlia di quella terra che ha generato i Southerners, cioè penne quali Carson McCullers, Truman Capote, Tennesse Williams, William Faulkner. Morta a 39 anni, ci ha lasciato due romanzi (Wise Blood, del 1952 e The Violent Bear It Away del 1960) e una manciata di racconti pubblicati in due tappe nel 1955 e nel 1965. Tuttavia le sue poche pagine l’hanno fatta apprezzare come un’icona, un modello. All’opera narrativa vanno aggiunte le lettere e le prose occasionali di Mistery and Manners. Attilio Bertolucci si disse «folgorato» dalle sue pagine. L’immagine della folgorazione è efficace e pertinente: ci sembra di poter riconoscere in essa il segno di una modalità di «concepire l’infinito». Questo concepimento avviene ad almeno tre livelli. Lo comprendiamo leggendo alcun passaggi di Mistery and Manners.
Il primo livello. La O’Connor scrive perché vede il mondo. Seppure l’espressione possa apparire banale, le cose stanno proprio così. La scrittrice ha una visione del reale, dunque niente labirinti coscienziali o incartamenti romantici. I materiali di cui è fatto un racconto sono i più «polverosi»: «La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa». Da qui un prezioso avvertimento: non è possibile suscitare l’emozione con testi infarciti di emozione né suggerire pensieri facendo fuoriuscire incontenibile il pensiero da ogni angolo del racconto. A queste cose «bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore»: scrivere narrativa non è questione di dire cose, ma di farle vedere al lettore, di mostrarle. Se un personaggio ha un carattere legnoso deve avere una gamba di legno. Se la personalità cambia, allora deve arrivare un ladro a rubarle quella gamba. La concretezza dunque è una delle basi forti della poetica della O’Connor. Personaggi e avvenimenti hanno un aspetto che colpisce la percezione, sono incarnati e materiali: «la caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare». E questo «va appreso come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose». E quest’abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell’artista nella forma di una «gestazione»: lo sguardo imbambolato rivolto alla materia della vita è un modo di «concepire» l’infinita trama del finito, del concreto.
Il secondo livello. La O’Connor punta al mistero. La sua visione concretissima del reale non è mai da école du regard, algida e minimalista. Il realismo che la O’Connor intende prendere in considerazione è orientato in direzione del mistero, che si manifesta, ad esempio, nella forma dell’imprevisto o, addirittura, del grottesco: «se lo scrittore crede che la nostra vita sia e rimarrà essenzialmente misteriosa, se ci considera come esseri all’interno di un ordine creato le cui leggi osserviamo liberamente, allora quello che vedrà in superficie lo interesserà solo in quanto passaggio per arrivare a un’esperienza del mistero stesso». E allora può accadere veramente di tutto. Anche la violenza gratuita, il bizzarro e il grottesco, misto di comicità e orrore, sono funzionali a una forzatura dello sguardo. È come se la scrittrice desse uno schiaffo al lettore, scompigliando la sua intenzionalità visiva nel momento in cui sposta il volto, angolandolo di sbieco. Ciò che salta subito per aria è quel «buon senso» vagamente razionale e illuministico che tanto ammorba la vera ispirazione. Solo da questo scuotimento interiore, molto vicino alle doglie di un parto, può derivare quella pace profonda e quella serenità interiore che hanno spinto la scrittrice al buonumore sempre, anche quando fu colpita insieme da un tumore e da quel lupus erythematosus che la avrebbe condotta, ancor giovane, alla morte. L’infinita trama del finito «polveroso» è il telaio del un mistero profondo che la scrittura è in grado di «dare alla luce».
Il terzo livello. L’argomento della narrativa della O’Connor è «l’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo». Concepire l’infinito è per lei accogliere e custodire la grazia in un grembo che è «territorio del diavolo». Infatti la dimensione di «mistero» si concentra essenzialmente nel mistero della libertà dell’uomo e della personalità. Esso è il territorio del dramma del bene e del male, della salvezza e della perdizione, della grazia e del diavolo: «Nei miei racconti — scrive paradossalmente la O’Connor — il lettore troverà che il diavolo getta le basi necessarie affinché la grazia sia efficace». E questo a tal punto che di Hazel Motes, il protagonista del romanzo Wise Blood, la O’Connor scrive: «C’era già in lui il profondo nero inespresso convincimento che il mezzo per evitare Gesù consistesse nell’evitare il peccato». Per avere il senso del mistero occorre avere il senso del male. Sembra dunque che il senso del male sia anzi garanzia del nostro senso del mistero e del rapporto con la grazia. Dunque il diavolo diventa, in qualche modo, «una necessità drammatica». La prospettiva drammatica della scrittrice non restringe affatto il campo visivo dello scrittore sul reale, anzi lo amplia perché a questo punto, come scrive la O’Connor, «gli scrittori che vedono alla luce della loro fede cristiana saranno, di questi tempi, i più fini osservatori del grottesco, del perverso e dell’inaccettabile». Nell’ambito della visione anagogica esiste un significato della violenza che lo lega direttamente al mistero della grazia. Infatti l’avvenimento della grazia non è estraneo alla natura, ma è pur sempre un irrompere nella vita dell’uomo di una realtà differente rispetto ai suoi criteri. I personaggi della O’Connor sembrano a ogni istante sul punto di compiere qualunque azione: sono tutti allineati all’assoluto principio di tutte le loro possibilità. Per la O’Connor quindi la scrittura è il terreno nel quale viene concepito il dramma della libertà e delle sue infinite possibilità che si confronta col mistero della grazia che è in-finito in quanto sempre in-atteso e im-prevedibile.
Ecco quindi le tre modalità nelle quali la O’Connor «concepisce l’infinito»: infinito come infinita trama del finito, come mistero espansivo del mondo, come dramma della libertà e delle sue possibilità infinte che si confrontano con la grazia, la quale rimane sempre imprevedibile. Le modalità di questo concepimento non sono serene, da parto in piscina. Sono assolutamente drammatiche, grottesche, inquietanti. Le opere della O’Connor sono come lei da bambina: scazzottano con l’angelo.
Venti. È il numero delle volte che ho pianto. Chiamatemi ultrasensibile, ma mi piacerebbe sapere quante volte i futuri lettori del freschissimo d’inchiostro – e ora umido di lacrime – libro d’esordio di Monica Marghetti, strozzeranno in gola la malinconica tristezza, che nascerà dalle sue parole.
Sto parlando di “Voglio urlare”, inedito pubblicato dalla casa editrice Fuoridallerotte, in uscita per il 15 novembre.
Azzeccata la prefazione dell’esimio professore di psicologia dello sviluppo e di psicologia sociale dell’università di Urbino, Mario Rizzardi, in quanto la storia ben si presta a un analisi più approfondita. Anche se, personalmente, avrei preferito di più una “psicanalisi” sull’evoluzione del futuro di questa donna, da inserire piuttosto quale postfazione. In quanto credo che le parole dell'autrice contengano tanta forza ed energia, da portare comunque il lettore a interpretare il suo vissuto attraverso una grande sofferenza senza, necessariamente, aver bisogno di un’introduzione, anche se la chiave di lettura offerta ben si presta e ben sopporta il contenuto del libro. Insomma mi sarebbe piaciuto sapere che cosa si potrebbe profetizzare per il futuro, se non di Monì, almeno della figlia… Un’andare oltre la storia, oltre il passato per trovare gli unici spunti di riflessione sui possibili sviluppi, che di certo non avrebbe potuto fornire l’autrice, al fine – magari anche – di infondere un po’ di speranza per un domani migliore….
Allo stesso tempo trovo perfetta la scelta grafica. Ovvero, il fatto di pubblicare i suoi testi come invii di e-mail alleggerisce parecchio la tensione (a volte eccessiva) del dramma raccontato e vissuto in prima persona dall’autrice. Così come trovo originali e pieni di contenuto anche le “presentazioni” dei capitoli, intensi: in poche parole contengono il “vero” grido della protagonista autobiografa: non quello di sfogo, bensì quello di una richiesta d’aiuto… di presenza… di qualcuno che l’ascolti.
E la storia? È un tema che sicuramente catturerà l’attenzione di molti lettori, spesso privilegiati nella società, che leggendo le righe di Monì proveranno un senso di pietà caritatevole verso una vita disagiata. Per non parlare del fatto che ogni pagina è pregna di forti emozioni, anche se più spesso legate al dolore fisico o psicologico che alla felicità, apparentemente irraggiungibile per il trascorso della piccola Monì. Quindi è uno di quei testi drammatici ideali che, emergendo da una narrativa frivola con una realtà cruda e crudele, accresce l’interesse di chi cerca storie ed emozioni vere…
Ricordi
Nagib al bar della felicità
L'incontro Laico, dotato di humor, era un attento osservatore della politica
Isabella Camera d'Afflitto
Il grande vecchio della letteratura araba se n'è andato, portandosi dietro quasi un secolo di storia egiziana. Lo conoscevo da una quindicina di anni e cercavo di incontrarlo quando mi trovavo al Cairo. Andavo a salutarlo al Farah Boat (La nave della felicità), uno dei tanti battelli-caffè che si trovano lungo il Nilo. E ogni volta ero sorpresa di trovarmi davanti un vecchietto sempre più esile, e sempre vigile e divertente. Sì, perché Mahfuz, come tanti egiziani aveva uno spiccato senso dell'umorismo e si divertiva a sentire e a raccontare egli stesso le famose barzellette egiziane. Anche l'ultima volta che l'ho visto, a febbraio, se ne stava seduto sempre più piccolo in un immenso cappottone grigio, e all'inizio mi sembrò assente, ma dopo qualche minuto lo vidi come al solito partecipare con sagaci battute alla conversazione degli ospiti, anzi dei fedelissimi amici che una o due volte la settimana si occupavano di lui; andavano a prenderlo a casa, dove viveva con l'anziana moglie, e lo portavano al caffè dove ogni tanto erano ammessi anche ospiti stranieri. Gli stessi amici di sempre, che lo trattavano con devozione più che filiale: lo scrittore Gamal Gitani e il poeta Abnudi erano tra i suoi fedeli amici. Non si scherzava soltanto, ma si parlava della situazione internazionale che Mahfuz sembrava conoscere bene. Ricordo la sua battuta sugli occidentali che esportano con le armi la democrazia nel resto del mondo... Ma naturalmente anche sulla situazione egiziana, che invece lo vedeva più cauto, soprattutto davanti agli stranieri. Era cosciente della strumentalizzazione a cui poteva andare incontro. Non era la prima volta che si attribuivano allo scrittore dichiarazioni provocatorie, probabile frutto di abili manipolazioni, come quelle di chi lo vedeva di recente troppo vicino alle posizioni dell'università islamica di al-Azhar. Ma Mahfuz era sempre stato un grande laico, come tanti, tantissimi arabi. Solo che il laicismo nel mondo arabo non interessa gli occidentali, sempre pronti al facile trinomio arabi/musulmani/integralisti. Al mio ultimo incontro con lo scrittore abbiamo parlato di un suo romanzo che avevo tradotto anni fa, Miramar, e ricordo di avergli ripetuto una frase che gli avevo detto altre volte: «Ya ustadh, hazzak hazzi». Ringraziavo il maestro: «la tua fortuna è la mia fortuna», riferendomi al fatto che se lui non avesse vinto il Nobel, io, e come me tanti altri arabisti in Europa, non avremmo potuto diffondere la letteratura araba in Occidente, così come stiamo facendo. Per me sarebbe stata un'altra vita e per questo gli sarò per sempre riconoscente.
Le pazze
Un incontro con le Madri di Plaza De Mayo
Tascabili Bompiani
maggio 2005
9,50 Euro
Premio Nonino 2006
"A un maestro del nostro tempo"
“Ci chiamavano le pazze, e qualcuno pensava che fosse un’offesa.
Certo, ci mettevano dentro tutti i giovedì, e noi ritornavamo.
Ma noi sapevamo di essere pazze d’amore, pazze dal desiderio di ritrovare i nostri figli… Abbiamo rovesciato il significato dell’insulto di quegli assassini.
A volte sono proprio i pazzi, insieme ai bambini, quelli che dicono la verità.”
Dopo il golpe del 24 marzo 1976, le Madri argentine di Plaza de Mayo ebbero il coraggio di sfidare la dittatura, decise a ritrovare i figli scomparsi. Solo in seguito seppero che i militari avevano sequestrato e ucciso trentamila oppositori politici, ragazzi e ragazze torturati nei campi di concentramento clandestini disseminati nell’intero paese, gettati in mare con i “voli della morte”. Furono le porte che si videro chiudere in faccia nei tribunali, nelle chiese, nei commissariati, a dar loro la misura del potere che le soverchiava e a spingerle in quella Plaza de Mayo dove avrebbero dato vita alla storica marcia che da ventotto anni continua ancora oggi, ogni giovedì. La grande fama che hanno conquistato nel mondo con il loro coraggio non le ha cambiate: Madri non più dei singoli figli ma simbolicamente di tutti i trentamila desaparecidos, non hanno smesso di fare della maternità un potere irrevocabile, capace di generare sogni, progetti, relazioni, in una straordinaria indicazione di pratica politica che va ben oltre la storia argentina. “Le pazze” scrive l’autrice, che nel libro ha reso tessuto narrativo un dialogo che dura da più di cinque ani, “non è un racconto sulle vittime, ma un racconto sulla resistenza; la resistenza della vita sulla morte, del dar vita materno sul dar morte dei regimi.”
Daniela Padoan collabora con “Il Manifesto” e con la rivista “Via Dogana”; ha lavorato come autrice per Rai Educational e per RadioRai. Tra i suoi libri, Miti e leggende del mondo antico (Sansoni 1996) e Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani 2004). Ha curato Il cuore nella scrittura. Poesie e racconti delle Madres di Plaza de Mayo (Ediciones Associaciòn Madres de Plaza de Mayo, 2003) e ha realizzato un documentario sulle Madri di Plaza de Mayo per Rai 3.
(dalla copertina)
Il 24 marzo ricorre l´anniversario del golpe che nel 1977 insanguinò l´Argentina, provocando la scomparsa di trentamila desaparecidos. Le madri di questi giovani - studenti, sindacalisti, operai che si opponevano alla dittatura - iniziarono a radunarsi ogni giovedì in Plaza de Mayo, davanti al palazzo del governo, a chiedere giustizia per i propri figli. Nacque così l´associazione delle Madres de Plaza de Mayo. A ventotto anni di distanza, la nuova presidenza Kirchner sembra finalmente aprire nuove speranze per il paese: ne parliamo con Hebe de Bonafini, presidente delle Madres.